La classe oparaia va in paradiso, recensione: dal film al palco

La classe operaia va in Paradiso

La classe operaia va in paradiso: la rivisitazione del film di Elio Petri raggiunge le scene romane del Teatro Argentina, scritta da Paolo Di Paolo e diretta da Claudio Longhi.

Dal film alla scena

Il 22 maggio debutta al Teatro Argentina: La classe operaia va in paradiso, rivisitazione del film di Elio Petri e Ugo Pirro, pellicola impegnata, pesante denuncia della condizione di alienazione dei lavoratori nelle fabbriche, contestazione viscerale del sistema politico e sindacale italiano; oggetto, alla sua uscita nelle sale nel 1971, di profonde critiche da parte dell’opinione pubblica composta principalmente da industriali, studenti, sindacalisti e critici cinematografici, nonostante la Palma d’Oro a Cannes e la galleria di stelle presenti, fra cui Gian Maria Volonté, Mariangela Melato e Salvo Randone.

La classe operaia va in paradiso
La classe operaia va in paradiso

La trama

La vicenda dell’operaio Lulù Massa, stakanovista odiato dai colleghi, osannato e sfruttato dalla fabbrica BAN, che perso un dito scopre per un istante la coscienza di classe, si intreccia qui con le vicende che hanno accompagnato la genesi e la ricezione contestatissima del film. Infatti, accanto ai grotteschi personaggi della pellicola, si alternano sulla scena lo sceneggiatore e il regista, qualche spettatore e alcune figure curiose e identificative della nostra letteratura a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Lo spettacolo è costruito attorno alla sceneggiatura di Elio Petri e Ugo Pirro, ai materiali che ripercorrono la loro officina creativa, a come il film è arrivato al pubblico di ieri e di oggi, e a piccoli capolavori della letteratura italiana di quegli anni, ricomposti in una nuova tessitura drammaturgica dallo scrittore Paolo Di Paolo. Il tutto poi è intessuto dentro le seducenti e algide geometrie musicali di Vivaldi, rielaborate originalmente per l’occasione e “rotte” qua e là da canzoni dolci e amare dell’Italia alla fine del boom. A quasi cinquant’anni dal suo debutto sui grandi schermi, si torna allo sguardo scandaloso ed “eterodosso”, ferocemente grottesco, del film di Petri per provare a riflettere sulla recente storia del nostro Paese, con le sue ritornanti accensioni utopiche e i suoi successivi bruschi risvegli.

La classe operaia va in paradiso-Militina
La classe operaia va in paradiso-Militina

Un cast formidabile

La pièce è un evidente omaggio al film: in varie occasioni scenografia e dialoghi tengono inequivocabilmente fede alla sceneggiatura originale ed è inevitabile il confronto tra i rispettivi interpreti. Lino Guanciale (Lulù Mazza) seppur seguendo la scia di Volontè, se ne distanzia  nella resa dell’alienazione del protagonista dalla società, ponendo particolare enfasi sulla creazione di una forte personalità e una nuova consapevolezza. La magistrale ed emotivamente coinvolgente interpretazione di Guanciale, insieme alla bravura e alla sinergia dell’intero cast – composto da Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo – tengono alta l’attenzione del pubblico, sebbene la durata dell’intera rappresentazione risulti eccesiva data la complessità di toni e tematiche.

La classe operaia va in paradiso-Lino Guanciale
La classe operaia va in paradiso-Lino Guanciale

C’è molto di più…

Lo spettacolo non si limita a riproporre il film, ma si estende e si gonfia – a volte troppo, tanto da rischiare di perdere il filo drammaturgico – nel continuo e infine riuscito tentativo di abbattere ogni barriera con un pubblico direttamente coinvolto nella rappresentazione, come in un comizio dove ognuno è chiamato a riflettere e creare la propria opinione senza però la necessità di schierarsi; gli stessi autori della pellicola, in vari momenti di puro metateatro cercano i consigli e il consenso del pubblico intenti nella scrittura del film; la sala è spesso invasa dalle urla dei manifestanti, studenti vs sindacalisti, che corrono per il teatro brandendo il megafono. Continui e prepotenti sono i salti temporali e i collegamenti tra passato e presente, tra anni Settanta e oggi; subito si fa chiaro il leitmotiv dell’intera rappresentazione e l’inquietante parallelismo tra due realtà apparentemente così distanti: ecco dunque che il mondo dell’operaio di un fabbrica del Nord Italia degli anni Settanta non è poi così lontano da quello di un operatore di Amazon o dei call center nel 2018, dove la condizione di alienazione e sfruttamento economico non sono poi così diverse da quelle di un disoccupato o di un precario che non vedono adeguatamente riconosciuti i propri sacrifici.

La classe operaia va in paradiso - Guanciale e Tangolo
La classe operaia va in paradiso – Lino Guanciale e Simone Tangolo

Il troppo stroppia

Lo spettacolo nel complesso funziona bene e risulta estremamente interessante, forte soprattutto della bravura degli artisti che tengono alto l’interesse e il coinvolgimento del pubblico: particolare encomio va rivolto alla bravura del narratore e cantastorie, Simone Tangolo, che con ironia e leggerezza riprende per mano il pubblico soggiogato dai primi cali di attenzione. Forse il tentativo degli autori Di Paolo e Longhi di lasciare la propria firma distaccandosi dal film, ha condotto alla creazione di uno spettacolo eccessivamente ricco, dove la bramosia di mettere “troppa carne al fuoco” rischia di rendere meno incisivi passaggi fondamentali che meriterebbero forse un focus definito e più asciutto. Sebbene le tematiche trattate siano a tutti ben note e baglio storico e culturale del nostro Paese, alcuni passaggi della rappresentazione rischiano di essere apprezzati principalmente da un pubblico, senza dubbio la quasi totalità della sala, che abbia vissuto in prima persona le vicende e il periodo raccontati, non coinvolgendo emotivamente chi invece, come chi scrive, essendo molto giovane conosca i fatti solo per cultura personale.

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