Venezia 80, La Bête, recensione: Léa Seydoux alla ricerca delle emozioni nel film di Bertrand Bonello

La Bête - George MacKay e Léa Seydoux (foto di Carole Betheul)
La Bête - George MacKay e Léa Seydoux (foto di Carole Betheul)

Da Venezia la recensione di La Bête, il nuovo film del visionario Bertrand Bonello per la prima volta a Venezia con una magnetica Léa Seydoux: una bella idea un po’ attenuata dalla ricerca spasmodica del simbolismo. In concorso

È la prima volta che il regista francese Bertrand Bonello, habitué di Cannes, sbarca in Laguna con un suo film in concorso e ha deciso di farlo portando una delle sue opere sicuramente più ambiziose. La Bête parla di emozioni represse e di amore sullo sfondo di una società dominata da un’intelligenza artificiale fredda e spietata, e il magnetismo di una sempre meravigliosa Léa Seydoux contribuisce alla riuscita di un film che però si autocompiace troppo del suo stesso sguardo.

1910, 2014, 2044

In un futuro prossimo in cui l’intelligenza artificiale regna sovrana, le emozioni umane sono diventate una minaccia. Per liberarsene, Gabrielle (Léa Seydoux) deve purificare il proprio DNA tornando alle sue vite passate. Lì, si riunisce con Louis (George MacKay), il suo grande amore ma viene sopraffatta dalla paura, dalla premonizione che la catastrofe è in arrivo, simboleggiata dalla Bestia.

La Bête - George MacKay e Léa Seydoux (foto di Carole Betheul)
La Bête – George MacKay e Léa Seydoux (foto di Carole Betheul)

Reprimere l’emozione

Cosa succederebbe se, in un futuro molto vicino, non esistessero più le emozioni perché considerate inutili, insensate, persino pericolose? Il regista e sceneggiatore francese Bertrand Bonello è partito da questa domanda per costruire il mondo narrativo di La Bête, un’opera estremamente ambiziosa, dal taglio e dallo sguardo originali, che ragiona sulla possibilità della repressione dell’emozione e sulle sue conseguenze miscelando un racconto dal sapore sci-fi al melodramma. Bonello lavora quindi su tre epoche diverse che simboleggiano tre diversi modi di esprimere l’amore o le emozioni: espressione nel passato, repressione nel presente, rimozione nel futuro.

Nel passato Gabrielle potrebbe amare Louis ma non vuole perché ha paura dell’amore, nel presente invece Louis deve rassegnarsi all’idea che nessuna donna lo ami e che neanche Gabrielle lo farà mai, nel futuro è la stessa Gabrielle a rendersi conto di poter amare ma che è troppo tardi per farlo. Tre piani temporali distinti ma uniti dalla percezione dell’amore come forza salvatrice, in grado di dare autenticità e verità ad un mondo sintetico e freddo come quello dominato dall’intelligenza artificiale. Per dare allora maggior peso e forza a queste emozioni sopite Bonello si concede qualche uscita nel melodramma, senza mai forzare troppo la mano con il rischio di restare disancorato ad un universo piuttosto labile.

La Bête - George MacKay e Léa Seydoux (foto di Carole Betheul)
La Bête – George MacKay e Léa Seydoux (foto di Carole Betheul) 1

Simboli e metafore

Quello in cui Bonello sembra invece colpevolmente eccedere è l’utilizzo di un simbolismo ripetuto ed estenuante, in cui gli elementi sia naturali che artificiali hanno tutti quanti una funzione tematica ma mai diegetica appesantendo un racconto già di per sé non facile da seguire; che il regista abbia le idee chiare è evidente, ma il modo in cui le mette in scena spiazza e disorienta non sempre nel senso positivo del termine. La Bête procede così per accumulo di argomenti, di suggestioni, di spazi e di idee ma resta sempre attaccato su Gabrielle e Louis lasciando il resto dei personaggi sullo sfondo.

Niente pare lasciato al caso nella visione del cineasta francese e forse quest’eccessivo controllo sulla materia filmica rappresenta un po’ il secondo problema del film. Controllo significa certamente chiarezza e sicurezza ma anche un eccessivo pragmatismo che può, delle volte, soffocare lo sguardo invece che dargli respiro, soprattutto quando la scrittura (come in questo caso) si appoggia ad un concept così interessante. Un cortocircuito che si riflette nel modo in cui viene portata in scena, perché la visione di Bonello sa essere molto limpida, come nella metafora delle bambole svuotate dalle emozioni.

La Bête - Léa Seydoux e George MacKay (foto di Carole Betheul)
La Bête – Léa Seydoux e George MacKay (foto di Carole Betheul)

Un nuovo mondo

Liberamente ispirato dal racconto La bestia nella giungla di Henry James quello di La Bête è cinema di grandissimo impatto visivo e di notevole intelligenza, ma è anche un cinema che smorza la potenza del racconto drammaturgico in favore di un’allegoria sempiterna, tanto potente ad un livello viscerale più immediato quanto però inappagante. Un film impeccabile a livello formale, recitato splendidamente e in grado di scolpire un immaginario, se non nuovo, quantomeno meritevole di essere ricordato ma che fatica a fare a scavare un solco proprio in quelle emozioni che vorrebbe salvare.

Nel frattempo il mondo sta per finire, Parigi viene completamente inondata dalla Senna nel passato mentre nel presente di Los Angeles una serie di terremoti fanno temere l’arrivo del Big One. La Bestia è qui (la mancanza di amore, forse) e sta arrivando e l’unico modo per sconfiggerla è sperare nella forza del desiderio e della passione. O di qualsiasi cosa sia in grado sopravvivere alla fine del mondo.

La Bête - Léa Seydoux e Guslagie Malanda (foto di Carole Betheul)
La Bête – Léa Seydoux e Guslagie Malanda (foto di Carole Betheul)

La Bête. Regia di Bertrand Bonello con Léa Seydoux, George MacKay e Guslagie Malanda, in uscita nelle sale prossimamente distribuito da I Wonder Pictures.

VOTO:

Tre stelle e mezzo

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