Il primo Re, recensione del kolossal italiano con Alessandro Borghi e Alessio Lapice

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Un progetto ambizioso tutto italiano quello di Matteo Rovere, che con Il Primo Re porta una grande ventata di aria fresca al cinema italiano, ponendosi come uno dei titoli più importanti del mese di Febbraio e dell’intera annata cinematografica.

La rivalità tra il mito e il divino

La pellicola ambientata nel 753 a.C. rivisita unendo mitologia, epica e storia, la nascita di Roma e il mito di Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi), nonché il rapporto intercorso tra i due fratelli prima della fondazione della città, secondo il punto di vista personale del regista. Recitato completamente in proto-latino sottotitolato in italiano, Il primo Re vede protagonisti oltre ai due fratelli, i membri di varie civiltà dell’epoca tra cui latini, sabini ed albani, dando alla pellicola una visione storica del periodo. Di spicco il ruolo di Tania Garriba che interpreta la divinità Satnei, centrale all’interno della narrazione.

Come detto, l’operazione di rivisitazione mitologica sulla nascita di Roma è uno degli aspetti più interessanti del film che, pur rispettando alcuni dei punti cardini storici, per la maggior parte della durata verte sull’ascesa di Remo al potere e sulle profezie divine di Satnei che danno più credibilità ad alcune scelte di messa in scena e sceneggiatura. Quest’ultima è stata curata curata da Rovere stesso e da Filippo Gravino e Francesca Manieri, che hanno scritto una storia di epica e mito coinvolgente ma con qualche piccola sbavatura. Il personaggio interpretato da Borghi ruba letteralmente la scena sia per interpretazione ma anche per l’approfondimento psicologico e di evoluzione dedicatogli. Di fatto più quest’ultimo scala i ranghi cercando di porsi come re, più la sua personalità si tinge di cattiveria e malvagità, trasformandolo quasi in una divinità terrena. All’interno di questa evoluzione il personaggio di Romolo resta un po’ in disparte per poi ritrovare una forte valenza nella parte finale della pellicola. Il rapporto tra i due fratelli diventa cardine riuscendo a sottolineare – scavando nel sottotesto filmico – quanto la ricerca di potere e di edonismo personale infetti l’animo umano, mentre parallelamente la scelta opposta di non farsi sopraffare da tale brama riesca a elevare la persona come tale, all’interno della comunità. Una lettura che Rovere ha interesse a sottolineare creando quello che è uno scontro politico ma combattuto con la forza fisica e con il sangue. Un conflitto tinto di divino e di mito che dà l’idea di una creazione di Roma non solamente terrena, ma sacra. La nascita della città come fulcro focale e punto finale di una rivalità tra fratelli che si realizza a metà tra profezie divine e concatenamenti di eventi, giustificando il fatidico scontro che dal sangue fraterno darà nascita alla città eterna.

Tecnica e realismo

Il lavoro sotto tutti i punti di vista tecnici dietro Il Primo Re è immenso, ed è un fattore importantissimo per il nostro cinema e per la riuscita della pellicola. La ricostruzione scenografica delle ambientazioni curata da Tonino Zera, con l’aiuto di archeologi e studiosi, risulta oltre che spettacolare visivamente adatta al clima di costante pericolo e di realismo visivo del film. Completamente girato e fotografato con l’utilizzo di luce naturale sottolinea il gran impiego in fotografia di Daniele Ciprì, che riesce a esaltare le varie ambientazioni della pellicola rendendo tutto molto più immersivo per lo spettatore. Anche la già citata recitazione in proto-latino riesce a calare lo spettatore interamente nella narrazione e nel periodo storico. Senza dimenticare il gran lavoro sugli effetti speciali utilizzati quasi interamente solo a inizio film, che niente hanno da invidiare agli studios americani. Un’opera coinvolgente che trova il suo punto più alto nelle scene di battaglia. Qui l’ottima e pulita regia di Rovere non risparmia sangue e gore, accentuando la violenza e i colpi infieriti così riuscendo nella difficile impresa di dare credibilità visiva e concettuale alle varie morti e uccisioni all’interno della pellicola, grazie anche all’ottimo montaggio a tratti frenetico di Vezzosi. Il fango e il sangue si mischiano sui corpi dei protagonisti e qui veramente Borghi nelle sequenze di violenza domina la scena, confermandosi uno dei migliori attori del nostro panorama. Laddove Rovere e il suo gruppo hanno data giustamente un’importanza primaria alla realizzazione tecnica dell’opera, la scrittura nella parte centrale risulta un pochino lenta e laboriosa. Certo serviva del tempo per la costruzione psicologica del personaggio di Remo ma certe scelte di sceneggiatura e messa in scena potevano essere gestite meglio.

Sulla via della rinascita

Aldilà di quelli che possono essere alcuni errori di scrittura all’interno della pellicola, Il Primo Re è un progetto riuscito e che serve assolutamente al nostro cinema italiano di genere. Riuscendo a uscire dalla gabbia di commedia o dramma alla quale sembravamo essere rinchiusi, titoli come Lo chiamavano Jeeg Robot o il più recente The End? L’Inferno fuori devono essere sostenuti e Rovere con il suo Primo Re spinge ancora più in alto l’asticella. Finalmente usciti dalla sala non si rimane delusi per un film nostrano che cerca e riesce a porsi come punto saldo nel nostro panorama cinematografico. Avevamo bisogno del Primo Re e Rovere lo ha donato al nostro cinema con grande impegno e serietà, e non possiamo che essere contenti di questo.

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