Il miracolo: la recensione della serie scritta da Niccolò Ammaniti

Caprino/Ragno
Guido Caprino e Tommaso Ragno in una scena de Il miracolo

Molti hanno gridato al miracolo della TV italiana. In realtà Il miracolo di Niccolò Ammaniti è “soltanto” una bella serie. Bella e imperfetta.

Quindi, piange davvero?

La prima stagione de Il miracolo si è appena conclusa e, come del resto era facilmente intuibile, il mistero alla base della serie – la madonnina che piange è un miracolo oppure no? – resta sostanzialmente privo di una risposta univoca. Questo perché a Niccolò Ammaniti la dimensione più strettamente mistica della faccenda non è mai interessata e, mi permetto di ipotizzare, non dovrebbe interessare davvero neanche a uno spettatore consapevole di come l’evento in sé sia solo un modo come un altro per far sì che i fragili equilibri della microumanità protagonista del racconto siano liberi di deflagrare.

Spiegare l’inspiegabile

Che l’inspiegabile resti inspiegato, insomma, non deve essere, per forza di cose, un problema. Anzi, il tentativo di chiudere dentro scatole di senso anche quello che, di senso, non ne ha, spesso genera più mostri che altro. Allo stesso modo il non capire tutto e subito è qualcosa che, nell’immediato, qualcuno potrà anche trovare frustrante, molto meno nel lungo periodo. Importa in fondo a qualcuno il perché in The Leftovers il 2% della popolazione mondiale svanisse in un istante? O sapere se l’isola di Lost fosse un luogo fisico piuttosto che un generico “altroquando” dell’anima?

Poche certezze, ma salde

Non è affatto un caso che il personaggio meno riuscito de Il miracolo sia la biologa interpretata da Alba Rohrwacher, in fondo l’unico che non smette mai di cercare una spiegazione scientifica nel mistero di una madonna di plastica che piange litri di sangue umano. Non è neanche importante sapere se la serie andrà avanti in una seconda stagione, perché la sua struttura, almeno all’apparenza, non suggerisce l’idea di un seguito. Per cui concentriamoci sulle (poche) certezze che Ammaniti decide di concederci a fine visione. La prima è che l’autore, forte di un talento narrativo innegabile, riesce nell’impresa di maneggiare materiale insidiosissimo senza mai cadere nel ridicolo.

Guido Caprino
Guido Caprino/Fabrizio Pietromarchi

I personaggi principali

Perché, al netto di alcune trovate visionarie ardite ma di indubbio impatto – il generale Votta (Sergio Albelli) che si trasforma in uomo di pane e il WTF della visione subacquea di una Madonna/Monica Bellucci su tutti – Il miracolo concentra tutto su una serie di personaggi tratteggiati in modo esemplare nella loro mostruosa umanità. Come il primo ministro Fabrizio Petromarchi (Guido Caprino) che, nella sua innocua vanità del tutto priva di vis decisionale, nasconde tutta la pochezza della politica d’oggi e, ancor di più, la sua première dame (la bravissima Elena Lietti, vera sorpresa della serie) divisa tra una promiscuità sessuale espressa in maniera adorabilmente randomica e alcuni sprazzi di mesta autocoscienza della propria inadeguatezza.

La centralità di don Marcello

Ma il personaggio più centrato dell’intera serie resta, per più di un motivo, il padre Marcello di Tommaso Ragno. In primis perché, presentatoci nel pilot come un laido erotomane ludopatico, scardina in pochi minuti decenni di odiose quanto pettinate rappresentazioni televisive del clero. Ma, anche solo volendoci attenere alla sua importanza nell’economia del racconto, perché è colui che, riemergendo dal proprio inferno personale, si assume il compito di accompagnare fisicamente gli altri personaggi in un limbo dopo il quale non c’è – o almeno non sembra esserci – più alcun Paradiso. Padre Marcello è, oltre che unico portatore (in)sano di certezze in un contesto dominato dal dubbio, anche il solo a pagarne il prezzo.

Alba Rohrwacher
Alba Rohrwacher in una scena de Il miracolo

Le dolenti note

Detto ciò, resta da affrontare alcune dolenti note. Perché, al netto del suo titolo, la serie scritta da Ammaniti (anche regista, insieme a Francesco Munzi e Lucio Pellegrini) non è affatto il miracolo della TV italiana a cui i primi due episodi potevano far pensare. Non lo è principalmente per una serie di buchi di sceneggiatura (come la Rohrwacher che localizza in un paio di scene quello che crede essere il “proprietario” del sangue pianto dalla Madonna, la madre in coma da anni che si risveglia per ammazzare una mosca e muore o la morte del figlioletto di Pietromarchi dopo che è stato dichiarato fuori pericolo) che non ci si aspetterebbe da uno showrunner che, di primo mestiere, fa lo scrittore di romanzi.

Quello che resta de Il miracolo

E poi per un’evidente flessione del ritmo che, dopo un’ottima partenza, porta la narrazione ad assopirsi nella sua parte centrale per poi assestare i colpi migliori con gli ultimi due episodi. Resta la bontà di un’idea coraggiosa, una regia cupa il giusto che, assecondando una narrazione che in buona sostanza tratta di sangue, si rifà in più di un’occasione a certo horror di matrice argentiana e una recitazione eccellente, se si esclude la sola Rohrwacher, evidentemente fuori ruolo. Rimane inoltre – e questo è davvero l’elemento di maggiore attrattiva de Il miracolo – una bella messa in scena delle istanze più disturbanti e grottesche del Niccolò Ammaniti scrittore. Quello, per intenderci, di “Fango” e “Che la festa cominci”. Che, in un panorama seriale ancora in fieri come quello nostrano, non è affatto poco, anzi.

Il miracolo, serie diretta da Niccolò Ammaniti, Francesco Munzi e Lucio Pellegrini e interpretata da Guido Caprino, Alba Rohrwacher, Tommaso Ragno e Elena Lietti, è disponibile su Sky Atlantic HD.

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