Il caso Goldman, recensione: un dramma processuale serrato capace di fotografare un’era

Il caso Goldman - Arieh Worthalter (foto di Séverine Brigeot)
Il caso Goldman - Arieh Worthalter (foto di Séverine Brigeot)

La nostra recensione de Il caso Goldman, dramma processuale diretto da Cédric Kahn presentato allo scorso Festival di Cannes e al Rendez-vous 2024: grande prova di Arieh Worthalter nei panni del protagonista Pierre Goldman in un film teso e intelligente

Dopo un passaggio al Rendez-Vous Film Festival di quest’anno Il caso Goldman diretto dal Cédric Kahn di Making of e La Prière arriva in sala, reduce anche dalle tante candidature ai César 2024 culminate nella vittoria di Arieh Worthalter come miglior attore protagonista. Kahn dirige un dramma processuale, con qualche venatura da legal thriller, appassionante e tesissimo che però cerca di andare oltre la vicenda giudiziaria per fotografare lo spirito di un’era, con le sue tensioni sociali e le sue lotte di classe, le sue paure e le sue speranze. Prove attoriali inattaccabili, scrittura precisa e affilata, ritmo e pacing sostenuti per una pellicola che “ruba” da Lumet, da Grisham e da Kramer.

Il caso Goldman - Stéphan Guérin-Tillié (foto di Séverine Brigeot)
Il caso Goldman – Stéphan Guérin-Tillié (foto di Séverine Brigeot)

Il processo d’appello

Nel novembre del 1975 inizia il secondo processo a Pierre Goldman (Arieh Worthalter), attivista di estrema sinistra condannato in primo grado all’ergastolo per quattro rapine a mano armata, una delle quali ha causato la morte di due farmaciste. In secondo appello, Goldman sostiene la sua innocenza e, in poche settimane, diventa un’icona della sinistra intellettuale. Alla difesa c’è il giovane avvocato Georges Kiejman (Arthur Harari), ma il rapporto con il suo assistito presto si fa teso. Goldman, sfuggente e provocatorio, rischia la pena di morte e rende incerto l’esito del processo.

Il caso Goldman - Jeremy Lewin e Nicolas Briançon (foto di Séverine Brigeot)
Il caso Goldman – Jeremy Lewin e Nicolas Briançon (foto di Séverine Brigeot)

Attacco e contrattacco

In fondo, cinema e letteratura ce lo hanno insegnato bene, così è un processo se non una guerra in cui l’unica arma possibile è la parola? Alle volte non contano neanche le prove, non contano le evidenze e neanche la logica, è la parola a possedere il potere, l’influenza del cambiamento. Ed è una guerra quella che Il caso Goldman mette in scena, attraverso il racconto del processo d’appello (vero) che si tenne a Parigi per confermare o rovesciare la condanna all’ergastolo verso l’uomo accusato del brutale omicidio di due farmaciste durante una rapina. Che del verdetto finale a Cédric Kahn interessi poco o nulla è evidente fin dall’approccio, anche perché quel verdetto è storia ed è facilmente verificabile.

Invece ciò che al francese interessa davvero è lo scontro prima verbale (e quindi dialettico) e poi ideologico tra potere costituito e anarchia sociale, tra una società che vorrebbe lasciarsi alle spalle i moti del ’68 ed una invece determinata a reiterarli, tra repressione ideologica e libera espressione. In un gioco delle parti in cui il film non prende mai davvero una posizione (e questo è un merito), Kahn assieme alla sua co-sceneggiatrice Nathalie Hertzberg costruisce un meccanismo narrativo impeccabile, rapidissimo negli scambi dialogici e nel montaggio, con la giusta intensità drammaturgica e un’occhio ai court drama degli anni ’50 e ’60 (La parola ai giurati su tutti).

Il caso Goldman è quindi cinema solidissimo che si appoggia su un parterre di attori in grande forma, in cui spiccano oltre al protagonista premio César Arieh Worthalter anche ‘avvocato difensore intrepretato da Arthur Harari (premio Oscar per la sceneggiatura di Anatomia di una caduta) e il giudice di Stéphan Guérin-Tillié, e soprattutto una grande capacità di sintesi in grado di fotografare lo zeitgeist di un’intera epoca in tumulto incastrandolo nella struttura chirurgica di un dramma processuale.

Il caso Goldman - Arthur Harari, Arieh Worthalter e Jeremy Levin (foto di Séverine Brigeot)
Il caso Goldman – Arthur Harari, Arieh Worthalter e Jeremy Levin (foto di Séverine Brigeot)

Verità e bugie

“Sono innocente perché sono innocente” afferma lo stesso Pierre Goldman all’inizio del dibattimento, mentre le testimonianze si avvicendano alla sbarra tra refusi, non detti, ricordi chiari o confusi, contraddizioni e certezze. E se, come è stato già scritto, a Kahn interessa poco o nulla del risultato processuale è invece tutto il processo che porta alla distinzione tra verità e bugie quello che vorrebbe sviscerare ne Il caso Goldman. Forse non è un caso che il film esca a poco più di un anno da quel Saint Omer trionfatore a Venezia, perché entrambe le pellicole sembrano legate da un filo rosso che unisce la critica al razzismo latente nella società francese, il pregiudizio dei media e delle forze dell’ordine (i primi nel film di Alice Diop, le seconde in quello di Cédric Kahn).

Però qui si avvertono anche gli echi dell’ultimo, splendido film di William Friedkin, in cui la battaglia giudiziaria era il pretesto per raccontare la decadenza della morale americana. Kahn lavora sugli sguardi che si incrociano degli avvocati, sugli occhi dei testimoni, sulle grida assordanti dei sostenitori o degli oppositori di Goldman; i dettagli fanno la differenza tra la vita o la morte e, più che mai, tra un cinema di qualità e un cinema mediocre.

TITOLO Il caso Goldman
REGIA Cédric Kahn
ATTORI Arieh Worthalter, Arthur Harari, Stéphan Guérin-Tillié, Nicolas Briançon, Aurélien Chaussade, Christian Mazucchini, Jeremy Lewin, Jerzy Radziwilowicz, Chloé Lecerf, Laetitia Masson
USCITA 23 maggio 2024
DISTRIBUZIONE Movies Inspired 

 

VOTO:

Tre stelle e mezza

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