I miserabili, recensione: al Quirino in scena l’immortale testo di Victor Hugo

I miserabili - Franco Branciaroli
Franco Branciaroli è Jean Valjean ne I miserabili, riadattamento di Luca Doninelli

In scena al Teatro Quirino il capolavoro di Victor Hugo, per la regia di Franco Però. Luca Doninelli coglie il senso ultimo de I miserabili e firma un riadattamento riuscito, capace di trasportare il pubblico in una profonda riflessione etica che arriva dritta al cuore della nostra contemporaneità. Franco Branciaroli magistrale con il suo Jean Valjean.

Il Jean Valjean di Branciaroli

Un galeotto appena uscito di prigione e un vescovo, l’uno accanto all’altro in una perfetta antitesi, amplificata dal grigio della scena e dalle luci soffuse. Si apre così l’ambizioso spettacolo diretto da Franco Però, riadattamento de I miserabili di Victor Hugo, uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi. Un’opera monumentale e complessa, della quale tuttavia Luca Doninelli riesce a cogliere il senso ultimo e più profondo, dando vita a due ore e mezzo di pura commozione e ad una riflessione etica che tocca i nervi scoperti della nostra contemporaneità. A convincere definitivamente è poi il Jean Valjean di Franco Branciaroli. L’attore gestisce magistralmente il ruolo e riesce a dare anima e corpo al gigantesco personaggio di Hugo. Valjean è un uomo risoluto, che non si lascia definire, che ci stupisce ed emoziona per l’alta tensione morale che l’accompagna, inafferrabile e forse incomprensibile. Un uomo pronto ad assumersi le proprie responsabilità e a caricarsi del peso del mondo, espiando anche i peccati non propri. La voce profonda ma ferma di Branciaroli, ogni suo movimento, ogni battuta ci restituiscono l’impressione di assistere a qualcosa di autentico e necessario. L’estrema naturalezza dell’interpretazione rapisce lo spettatore: le pareti del teatro svaniscono e ci ritroviamo semplicemente ad assistere al dramma di un uomo posto di fronte ad un passato che deve riscattare.

Una storia di redenzione

Jean Valjean è il collante, il filo rosso della narrazione. Un personaggio a sé, un gigante – sempre sfumato, sempre ai margini – che spicca rispetto al resto dell’umanità, alla quale egli pur appartiene ma dalla quale allo stesso tempo si distacca. Ed è da questo continuo scivolare da una definizione all’altra, è da questa irriducibilità che si sprigiona tutta la poesia e drammaticità della sua figura. Egli fa parte sì di quei miserabili a cui si richiama il titolo dell’opera – che potremmo in fondo identificare con il sottoproletariato della Francia ottocentesca, quell’umanità reietta e imbruttita, condannata alle catene e alla fame – ma Valjean è anche l’uomo che è riuscito infine a redimersi, a riscattarsi da quella miseria materiale e morale che, in un circolo vizioso, degrada l’essere umano, spingendolo verso l’esclusione sociale e la morsa, spesso insensata e cieca, della Legge. Valjean è allo stesso tempo ladro e benefattore, amico di prostitute e vagabondi, nei quali egli rivede se stesso. Ed è proprio in nome del riconoscimento di una comune umanità che gli stigmi sociali cadono e vanno a perdere di senso. Ciò che emerge è il concetto di una Giustizia superiore a cui potersi appellare e dalla quale far discendere la propria azione e il proprio giudizio.

I miserabili - Francesco Migliaccio (Javert) e Franco Branciaroli (Jean Valjean)
Francesco Migliaccio e Franco Branciaroli nei panni, rispettivamente, dell’ispettore Javert e del “galeotto benefattore” Jean Valjean

Chi è “l’uomo giusto”?

L’opposizione Legge-Giustizia, d’altronde, è uno dei temi portanti del dramma. Chi è davvero “un giusto”? A chi o cosa, in ultimo, rispondiamo? Bastano le leggi degli uomini e le norme sociali a tracciare il confine invalicabile tra Bene e Male? La vicenda di Valjean mette in discussione l’intero ordine morale borghese, costringendoci ad operare una riflessione in tal senso, a cercare una risposta a questo dilemma, per altro attualissimo. Il capolavoro di Hugo, in effetti, tratteggia un mondo in cui Bene e Male devono necessariamente essere rinegoziati giorno dopo giorno e ad un livello più profondo rispetto ai troppo spesso miseri ed inadeguati giudizi umani. La tragedia che nasce da questa irriducibile frattura etica sconvolge il tetro personaggio di Javert (Francesco Migliaccio), l’uomo della Legge e schiavo di essa, prigioniero di una visione manichea in cui un delinquente redento, capace di gesti puri e disinteressati, è semplicemente un incomprensibile “errore di sistema”. All’ispettore commissario mancano quel profondo senso di giustizia e di appartenenza ad una comune umanità necessari per poter comprendere la spinta che anima la vita del suo “arcinemico”, Valjean. I due si rincorrono lungo tutta la storia, in un’antitesi destinata a scontrarsi, prima o poi, con l’inadeguatezza di Javert davanti al proprio libero arbitrio. Egli è l’uomo dei codici e delle regole; venuti a mancare questi, emerge tutta l’inconsistenza morale del personaggio.

Decoro o dignità, una parabola contemporanea

Chi sono, dunque, i miserabili? Chi sono questi uomini e queste donne che emergono la notte dalle fognature, che popolano i vicoli bui di Parigi, i tribunali e i bagni penali? Essi costituiscono una popolazione composita e variegata, alla quale è pur stata attribuita una “patria comune”, ben distinta da quella abitata dall’ordine borghese. Sono indigenti,  mendicanti e vagabondi; sono criminali per scelta o necessità; sono donne escluse e disprezzate, ma capaci di gesti d’amore assoluti, come Fantine (Ester Galazzi) o Eponine (Valentina Violo); sono giovani idealisti pronti a sacrificarsi sull’altare della storia in nome di un sogno d’uguaglianza. I miserabili di Hugo parlano alla nostra epoca e sfidano il nostro senso di decoro, parola oggi più che abusata, per ricordarci che forse è di dignità che dovremmo iniziare ad occuparci, invece. La dignità di ogni essere umano, perché non può che essere questa la via per combattere il degrado, fisico e spirituale. Emerge così una storia alternativa, fatta di redenzione, gesti d’amore, misericordia, proprio da quella miseria a cui personaggi come Javert vorrebbero attribuire un peccato originale, una condanna eterna. Eppure, forse si avrebbe bisogno solo di un gesto di Grazia, di una mano che si tende non per giudicare, ma per mettere l’uomo davanti alla propria libertà e, dunque, responsabilità, con amorevole fermezza.

I miserabili - Valentina Violo (Eponine) e Filippo Borghi (Marius)
Valentina Violo è Eponine, Filippo Borghi interpreta invece Marius

Sì, Amare.

Il dramma morale e la ricerca di un’etica superiore sono i veri protagonisti, allora, di questa vicenda. Sullo sfondo la Storia, con la sua inadeguatezza, urgenza, spesso insensatezza, dalla quale si staccano talvolta personaggi che non trovano forse posto in essa, ma che si fanno infine portatori di valori e significati ben più radicali e non riducibili a semplice ideale politico. Pensiamo all’innocente Eponine, personaggio tragico e delicato che prende vita nella commovente interpretazione di Valentina Violo. Ed è proprio da qui, da questa Storia ignorata – forse meno eclatante, meno rumorosa – che germogliano spesso i semi della speranza, non tanto quelli di una lotta politica o di una bandiera, ma quelli di nuove relazioni da imparare a costruire e preservare, gli uni con gli altri. I semi di una umanità, come afferma Franco Branciaroli, «che forse deve ancora venire». Sì, amare. Solo questo conta. Ed è su questo spiraglio di luce, su questa grande lezione, che si conclude la storia de I miserabili e dell’ex galeotto redento, Jean Valjean.

I miserabili al Teatro Quirino, uno spettacolo da non perdere

Una scenografia essenziale ed evocativa, un cast convincente capitanato magistralmente da Franco Branciaroli, per un adattamento ed una regia ben strutturati: questi gli ingredienti di uno spettacolo da non perdere, un’occasione per tornare a riflettere e lasciarci commuovere dal capolavoro di Victor Hugo, uno di quei testi che – accanto alla Commedia, all’Odissea, ai grandi romanzi di Tolstoj e Dostoevskij – continua a parlare agli uomini e alle donne di ogni epoca, costituendo un inestimabile patrimonio dell’intero genere umano, da preservare e continuare a raccontare.

I miserabili - Filippo Borghi (Marius), Franco Branciaroli (Jean Valjean) e Romina Colbasso (Cosette)
Marius (Filippo Borghi) e Cosette (Romina Colbasso) si stringono a Jean Valjean (Franco Branciaroli) in una delle scene più toccanti.

I miserabili di Victor Hugo, adattamento teatrale di Luca Doninelli e regia di Franco Però, sarà in scena presso il Teatro Quirino di Roma fino al 4 novembre 2018. Con Franco Branciaroli, Alessandro Albertin, Silvia Altrui, Filippo Borghi, Romina Colbasso, Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Andrea Germani, Riccardo Maranzana, Francesco Migliaccio, Jacopo Morra, Maria Grazia Plos, Valentina Violo. Per ulteriori informazioni su orari e biglietti, vi rimandiamo al sito ufficiale del teatro. Vi segnaliamo inoltre che sabato 27 ottobre alle 16.30 sarà proiettato, sempre presso il Teatro Quirino, il film I miserabili (1998), diretto da Billie August. Ingresso libero.

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