Hill of Vision, recensione di una storia troppo condizionata dai ricordi

Laura Haddock e Jake Donald-Crookes - Hill of Vision
Laura Haddock e Jake Donald-Crookes - Hill of Vision

La recensione di Hill of Vision di Roberto Faenza, che racconta la vita del Premio Nobel per la medicina Mario Capecchi: una storia di riscatto, troppo condizionata dai ricordi del diretto interessato

Un inizio difficile

Mario ha 5 anni (Lorenzo Ciamei), suo padre è un fascista militante (Francesco Montanari) mentre sua madre è un’americana che si oppone al regime (Laura Haddock). Quando la donna viene arrestata dai fascisti il piccolo, che in un primo momento era stato affidato ad una famiglia di contadini, si ritrova in strada ed è costretto a vivere di piccoli furti. Una volta terminata la guerra, Mario ormai adolescente (Jake Donald-Crookes) si ricongiunge con la madre. I due si trasferiscono negli Stati Uniti da alcuni zii, in una comunità di quaccheri che si chiama “Hill of Vision”. Il percorso di integrazione non sarà semplice, ma saranno proprio quei parenti alla lontana a portarlo sulla via della scienza che toccherà il suo culmine con l’ottenimento del Premio Nobel per la Medicina nel 2007.

Realtà filtrata dal tempo

Il nuovo film di Roberto Faenza va giudicato partendo da un presupposto: si basa sulla soggettività dei ricordi di Mario Capecchi, così come lui ha deciso di conservarli. È inevitabile, quindi, che la storia subisca l’influenza delle emozioni e degli anni che sono trascorsi. Non a caso in alcuni passaggi si ha la sensazione che l’artificio assomigli a quello della favola e che anche le vicende più drammatiche (come il campo di concentramento in cui è stata portata la madre o il periodo vissuto in strada dal protagonista) siano state edulcorate. Il tempo cura tutte le ferite e probabilmente Capecchi non fa eccezione.

Francesco Montanari - Hill of Vision
Francesco Montanari – Hill of Vision

Bianchi e neri, pochi grigi

Il risultato è una vicenda dai contorni molto netti, fatta di bianchi e di neri anche dove un grigio sarebbe stato gradito. La caratterizzazione dei buoni e dei cattivi stenta ad apparire verosimile, così come alcune interpretazioni appaiono eccessivamente cariche. Gli artifici non pagano, eppure Hill of Vision resta un film (forse più adatto alla tv che non al cinema) con una bella morale: ognuno può realizzarsi e trovare la propria strada, a prescindere dai numerosi ostacoli che si potranno incontrare. Mario Capecchi si fa portavoce di questo messaggio raccontando la storia della sua infanzia e della sua adolescenza, sfociata addirittura in un Nobel.

Troppo perfetti

Artefici di questa radicale trasformazione, nonché realizzazione personale, sono i nonni del protagonista. Sono loro a capire che la lotta – intesa come sport – può aiutare il piccolo Mario a sfogare la sua rabbia repressa. Sono loro a favorire la sua integrazione in una realtà completamente sconosciuta. Sono ancora loro ad ignorare gli insegnanti secondo i quali il ragazzo non era portato per lo studio. Finché uno zio non vedrà per primo le premesse per un avvenire da ricercatore e gli farà un regalo destinato a cambiargli la vita. Nel film tutto questo sembra avvolto da un alone di perfezione poco credibile, ma è qui che bisogna ricordarsi della premessa: Capecchi non può che ricordarli come perfetti, idealizzando coloro che di fatto hanno creduto in lui e lo hanno salvato. Un peccato “di cuore”, sicuramente veniale.

Hill of Vision è una produzione Jean Vigo Italia con Rai Cinema in compartecipazione con Rhino Films e arriva nelle sale il 16 giugno distribuito da Altre Storie. Diretto da Roberto Faenza, il cast è formato da Laura HaddockEdward Holcroft, Francesco MontanariLorenzo CiameiJake Donald-CrookesElisa Lasowski e Rosa Diletta Rossi.

VOTO:
2 stelle e mezza

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