La nostra recensione di Grand Ciel, diretto da Akihiro Hata: l’ambiguità morale all’ombra dei cantieri del futuro
Presentato alla 82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Grand Ciel del regista Akihiro Hata ci trascina nelle viscere di un progetto architettonico monumentale, un quartiere futuristico che sembra richiedere un tributo altissimo a chi lo edifica in cambio di un futuro appartamento all’interno del grattacielo. Rinunciare a tutto nel presente per la sola prospettiva di una nuova vita in condizioni perfette: è questa la promessa silenziosa che così aleggia sopra le teste degli operai. Al centro della vicenda troviamo Vincent (interpretato da un intenso Damien Bonnard), un lavoratore la cui esistenza ruota attorno ai turni notturni e al desiderio di riscatto.
Non siamo abituati a pensare a come è stato costruito, cosa e quanto ci è voluto, quando entriamo in un edificio: qui invece ci si immerge nelle difficoltà, nella fatica, nelle rinunce, nella non sicurezza e nei rapporti della vita degli operai a servizio in un cantiere.

Il sospetto nel buio: un thriller di classe
L’atmosfera in Grand Ciel è carica di un’inquietudine palpabile: il film è accompagnato costantemente da un clima di sospetto e di tensione, caricato soprattutto dal comparto sonoro, che trasforma i rumori metallici del cantiere in una minaccia costante. All’interno di questa cornice, c’è un forte dualismo fra morale e principio contro ambizioni e crescita professionale: una tensione che esplode quando l’equilibrio della squadra viene spezzato da eventi inspiegabili.
Il nuovo ruolo di responsabilità di Vincent cozza con il senso di ingiustizia per la sparizione prima di un collega e poi di un altro, con la sensazione che si voglia insabbiare le vicende per la continuazione dei lavori e la rilevanza economica del progetto. Mentre Saïd (Samir Guesmi) tenta di risvegliare una coscienza collettiva e sindacale, Vincent resta schiacciato tra l’etica e la sopravvivenza individuale.

Il cortocircuito di Vincent e il peso del sacrificio
Il dramma psicologico del protagonista emerge con forza nel suo isolamento: Vincent tiene molto a entrambi gli aspetti, vuole preservare amicizia e rapporti umani, vuole giustizia e verità ma allo stesso tempo vuole proteggere la propria posizione di responsabilità in cantiere: questo gli provoca un cortocircuito interiore e il disagio si percepisce molto bene, grazie alla grande interpretazione del protagonista.
Ogni sua scelta è dettata da una necessità familiare profonda, poiché i suoi affetti, cioè la sua compagna Nour (Mouna Soualem) e il figlio di lei, sono la sua vita e lui vuole lavorare sempre di più e con sacrificio per garantire loro una vita migliore: è il suo unico vero obiettivo. Visivamente, i toni di tutta la pellicola sono bui, opachi: molto dato dal fatto che i lavori si svolgono di notte, ma anche nelle scene di giorno c’è un velo, come se la polvere del cantiere offuscasse anche la capacità di distinguere il bene dal male.

Dinamiche di potere e il limite del realismo
Nonostante il ritmo del film non sia serrato, la voglia di capire cosa c’è dentro la vita di queste persone e cosa sta succedendo di strano, lo rende immersivo. La sceneggiatura scava a fondo nelle storture del mercato del lavoro, infatti Grand Ciel attraversa i temi del sindacalismo contro la prepotenza imprenditoriale, facendo emergere dinamiche comuni, spesso purtroppo accettate, di fatto denunciandole: il sottotesto di una promozione a patto di un comportamento desiderato, la scelta di una persona rispetto a un’altra per il comportamento compiacente o semplicemente per l’origine o il colore della pelle, il tentativo di “far fuori” un dipendente “scomodo”, che agita i colleghi o ha delle pretese.
È una critica feroce all’individualismo capitalista che però, sul finale, sembra smarrire la rotta: il film drammatico, caratterizzato da un realismo e contesto lavorativo credibile, purtroppo scade nell’inspiegabile o “inspiegato” irrealismo inaspettato verso la conclusione, lasciando lo spettatore con un senso di incompiutezza rispetto alla solidità mostrata fino a quel momento.
L’orizzonte verticale e il peso del cemento
Il titolo della pellicola- Grand Ciel – suggerisce un’apertura che però rimane costantemente negata dalla regia di Hata, la quale preferisce soffocare lo sguardo tra le impalcature e le colate di cemento: il “grande cielo” del quartiere futuristico diventa così una promessa ironica, un ideale irraggiungibile per chi, come Vincent, è costretto a guardare sempre verso il basso per non inciampare nella fatica quotidiana.
Questa scelta estetica trasforma l’architettura stessa in un personaggio silenzioso e oppressivo, capace di cancellare l’individualità degli operai per ridurli a meri ingranaggi di una visione collettiva che non appartiene loro: lo spazio urbano in costruzione funge da specchio di una società che corre verso una perfezione estetica e tecnologica, dimenticando però di preservare le fondamenta umane su cui questa stessa modernità dovrebbe poggiare.
Attraverso le inquadrature dal basso verso l’alto, il film ci costringe a percepire la verticalità del progetto non come un trionfo dell’ingegno, ma come un peso schiacciante: un monumento all’alienazione contemporanea che rende la ricerca della verità di Vincent un atto di ribellione tanto necessario quanto disperato.
Un vero peccato che concetti e valori così elevati non siano stati accompagnati da un finale che chiudesse la vicenda con una spiegazione logica, o quantomeno credibile, scadendo in una quasi grottesca fantascienza e un vuoto che stride con la coerenza descrittiva di tutto il girato.
| TITOLO | Grand Ciel |
| REGIA | Akihiro Hata |
| CAST | Damien Bonnard, Samir Guesmi, Mouna Soualem, Tudor-Aaron Istodor, Ahmed Abdel-Laoui, Zacharia Mezouar, Issaka Sawadogo, Mounir Margoum, Sophie Mousel |
| USCITA | 5 Marzo 2026 |
| DISTRIBUZIONE | No.Mad Entertainment – Ufo Distribution |
Tre stelle

























