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Giampaolo Morelli racconta 7 ore per farti innamorare: cinema chiusi, vedetelo in salotto

Giampaolo Morelli - intervista 7 ore per farti innamorare

Ecco la lunga intervista a Giampaolo Morelli che ci ha raccontato il suo nuovo film, 7 ore per farti innamorare, in uscita oggi su tutte le piattaforme VOD, da lui scritto e diretto, ed interpretato insieme a Serena Rossi

Con i cinema chiusi, esce oggi direttamente in digitale sulle piattaforme VOD (SkyPrimafila, Chili, TimVision, Google Play e iTunes) il film 7 ore per farti innamorare (leggi la nostra recensione), opera prima di Giampaolo Morelli, tratta dal suo stesso romanzo omonimo e che lo vede anche come protagonista, accanto a Serena Rossi, Diana Del Bufalo e Massimiliano Gallo. Il poliedrico artista napoletano ha tenuto una video conferenza da casa sua, rispondendo alle domande sul film. Ecco la nostra intervista di gruppo.

Giampaolo probabilmente non era questo che ti aspettavi per l’esordio della tua opera prima..

Io avevo proprio previsto la pandemia, lo sapevo! Debutto alla regia, vuoi vedere che non succede qualcosa? Un virus, una pandemia mondiale.. logico no?

Però dalle difficoltà può nascere un’opportunità: stiamo assistendo ad una distribuzione dei film molto diversa da quella a cui siamo abituati, con le persone che da casa possono acquistare sulle piattaforme VOD un film e vederlo con tutta la famiglia. Secondo te questo anche in futuro oltre che in sala i film si potranno acquistare direttamente e questo potrà aiutare anche a distribuire film che normalmente avrebbero una vita minore in sala? La vedi come un’opportunità per il futuro?

Io sono innamorato del cinema e me sono innamorato vedendo i film al cinema, quindi per me la sala è sempre la sala e la sua magia è insostituibile. Soprattutto nel mio caso una commedia romantica ha bisogno proprio dell’umore che si respira in sala, la risata è contagiosa, così come l’emozione. E’ chiaro che da questo periodo in poi molte più persone useranno le piattaforme, persone che prima non ne conoscevano l’esistenza le useranno sempre di più. Ormai la vita di un film non è più giudicabile dal tempo che resta in sala o da quanto incassa, ormai si è capito che la vita di un film è molto più lunga grazie anche a tutte queste piattaforme, perché ne puoi usufruire per molto più tempo, un po’ come quando nel passato i film stavano in sala a lungo. E’ più possibile che scatti un passaparola anche dopo e così tante cose possono essere recuperate successivamente, quindi è anche un’opportunità per i film e in questo momento. Logicamente quando me l’hanno proposto ho avuto un attimo di gelo, sapevo che qualcosa sarebbe successo per il mio debutto alla regia, ma immaginavo sempre di uscire comunque in sala. Ma mi son detto che ormai il film ce l’avevo e per me ogni film ha, come dire, un tempo suo: io l’ho fatto e doveva essere visto in questo momento. Il mio è un film di intrattenimento, leggero, e forse proprio adesso può servire e può dare una parvenza di normalità il fatto che esca un film nuovo e che la gente abbia un appuntamento, come dire «andiamoci a vedere il film di Giampaolo che esce.. e dove ce lo andiamo a vedere? In salotto!» e che tu lo possa acquistare come si fa con un biglietto al cinema. E poi mi sono anche detto che se l’avessi tenuto nel cassetto, poi per quanto tempo ci sarebbe rimasto? Perché appunto i film hanno un loro tempo e un po’ ti invecchiano in mano, te li tieni lì nel cassetto ad invecchiare. E allora doveva essere visto adesso e spero di raggiungere il più alto numero possibile di spettatori, perché poi logicamente il film si fa per quello. E magari proprio in questo momento un film leggero può aiutare ancora di più.

7 ore per farti innamorare - Giampaolo Morelli sul set
7 ore per farti innamorare – Giampaolo Morelli sul set

Cosa stai provando relativamente al periodo in cui stiamo vivendo e cosa pensi questo film possa far scaturire, al di là della leggerezza, alle persone a cui vorresti si indirizzasse.

In questo momento da un lato è vero che può essere un’occasione. Riguardo me, logicamente sto a casa con la famiglia, con i miei bambini, e sto “frequentando” la prima elementare perché mi collego e faccio tutti i giorni le videolezioni con mio figlio Gianmarco: quindi sto facendo l’italiano, la matematica, la scansione in sillabe, e poi sto facendo le addizioni e ora abbiamo iniziato pure le sottrazioni. Al di là di questo diciamo che la mia vita, quando non lavoro, non è molto diversa dalla quarantena. Io sono tendente al pigro, mi piace proprio stare a casa con i bambini, forse perché poi ho dei lunghi periodi in cui non ci sono. Diciamo che in questo momento è un po’ prolungata sta situazione, forse un po’ troppo, e non credo che ne usciremo migliori, mi sembra un po’ una cazzata: sì, va bene guardarsi dentro per un po’ e avere l’occasione per guardarsi dentro, però diciamolo c’è gente che non lavora, c’è gente che il lavoro lo ha perso, la società vuoi o non vuoi è fatta in un certo modo e deve andare avanti. Purtroppo ritorneremo presto alla nostra frenesia, è inevitabile, ma deve essere così perché anche noi abbiamo bisogno di fare le nostre cose, di esprimerci, non è che possiamo vivere reclusi in casa per uscirne migliori. Abbiamo guardato, adesso anche basta, e spero quindi che finisca presto.

Parlando del film il fulcro è un cambiamento di prospettiva, con l’insegnante di rimorchio che è una donna, ed è anche giusto che sia una donna a dare consigli su come rimorchiare.. una donna. Ha ricordato forse Hitch con Will Smith al contrario. E’ molto divertente che uno degli argomenti di conversazione per la conquista sia giocare sull’effetto nostalgia, con quel bellissimo dialogo Candy Candy / Lady Oscar. Secondo te le cose che vediamo e leggiamo nella nostra infanzia, effettivamente ci possono essere utili in futuro, è un bagaglio importante?

Certo, sempre. Tutto quello che viviamo fa parte di noi e richiamare un sentimento nostalgico è sempre piacevole, perché poi uno ha la tendenza a rivedere con una certa tenerezza quello che è stato. Il passato magari lo vedi sempre togliendo le cose brutte e vuoi rivedere soltanto i momenti piacevoli. Per quanto riguarda invece le lezioni che vengono tenute da una donna, tutto parte qualche anno fa prima di scrivere il romanzo: navigando in internet ho visto che c’era un tizio che pubblicizzava i suoi corsi di rimorchio e mi sono chiesto se fosse possibile insegnare a rimorchiare; mi sembrava una cosa assurda e quindi ho fatto un’indagine ed ho scoperto che esisteva una vera e propria rete internazionale di persone che tramite il web si passavano regole, tecniche, strategie. Allora ho contattato quelli italiani, un tizio e altri due o tre, che poi ho capito essere quelli più accreditati, mi sono presentato e gli ho spiegato che avevo letto di qui loro metodi di rimorchio che indubbiamente non mi sembravano cose farlocche; non erano cose tipo Hitch -bellissimo film che io adoro, ma in cui lui fa cose surreali e assurde-, ma queste strategie avevano basi biologiche, vere, di differenze, di attrazione tra maschio e femmina: la frecciatina acida, il test dello zerbino, come ci si avvicina in un locale, come ci si approccia -che non è un colloquio di lavoro ma deve essere qualcosa di più giocoso- la seduzione. Vedendo delle basi interessanti gli ho chiesto di dimostrarmi che queste tecniche possano funzionare veramente; loro hanno accettato di farsi microfonare e con telecamera e cuffie li riprendevo da lontano e notavo che effettivamente funzionavano: questi andavano a rimorchiare nei supermercati, nelle librerie, nei bar, nelle piazze, e se ne tornavano molte volte con il numero di telefono (di lei). Quindi già questa era una cosa che mi aveva incuriosito, il fatto che il rimorchio si potesse insegnare mi stuzzicava, mi divertiva, e poi la cosa che più mi ha colpito erano i loro alunni, perché questi facevano dei corsi proprio come vedi nel film, portandoseli in giro. Da una parte c’erano quelli che semplicemente volevano scopare e rimediare scopate su scopate, ma dall’altra c’erano invece dei ragazzi, degli uomini, anche di una certa età, molto sensibili, colti, laureati, raffinati, ma completamente paralizzati dall’idea di dover approcciare una donna, proprio timidi, ma a livello quasi maniacale. Ed era un peccato, perché mi facevano una grande tenerezza, ma in senso positivo: erano delle persone in gamba ma paralizzate dalla paura e grazie a queste tecniche comunque riuscivano a sciogliersi, avevano dei binari su cui andare e che prima o poi usavano per non bloccarsi e poi andare magari con le loro gambe. Da lì l’idea di unire le tecniche di rimorchio vere con una storia romantica. Tra l’altro in Inghilterra tra gli insegnanti di rimorchio esiste una ragazza, anche molto avvenente.. e mi sono detto che infatti chi più di una donna può insegnare agli uomini come rimorchiare una donna? Sicuramente è molto più efficace una donna di un uomo.

7 ore per farti innamorare - Giampaolo Morelli e Serena Rossi
7 ore per farti innamorare – Giampaolo Morelli e Serena Rossi

Il film è molto carino e le tecniche di seduzione sono un momento giocoso che è divertente da assaporare. La tua regia ha ricordato molto tante commedie americane, e volevo capire se ti sei ispirato al cinema americano e inglese o se può aver influenzato in qualche maniera questo tuo film.

Innanzitutto io sono abituato a parlare con voi giornalisti, ma nonostante il momento anomalo e assurdo sono molto emozionato e ogni volta che mi dite una cosa carina sul film mi arriva una botta di farfalline nella pancia, perché non è stato facile, non avendolo mai fatto. Soprattutto non è facile affrontare un genere ben preciso come la commedia romantica. Se fai un film più autoriale, magari come opera prima, te la cavi anche un po’ di più. E’ vero che hai magari uno sguardo, puoi dare una tua visione sulle cose, però puoi anche sbagliare di più. Fare una commedia romantica classica ti dà meno margini, è più facile sbagliare, ma devi sbagliare meno, perché il tuo è un film che deve intrattenere tutti. Almeno per come la vedo io, quando affronto un genere lo voglio affrontare per quello che è. La cosa difficile era quindi mettere insieme comicità e romanticismo e trovare un buon equilibrio, perché molte volte vedo che si scade nella sitcom perdendo magari l’effetto comicità, oppure il romantico diventa troppo melenso, trasformandosi in un’altra cosa. Naturalmente gli americani sono maestri di questo genere, quindi inevitabilmente dei loro film mi sono arrivati, nel senso che li avevo dentro -ma non uno in particolare-, ma appunto sanno raccontare molto bene la commedia romantica. Un’altra cosa che mi ha sempre colpito dei film americani è l’uso che fanno delle loro città e della loro cultura; io vedo per esempio Napoli come una città che ha lo stesso potenziale di New York: come tu a Napoli puoi raccontare dei gangster movie, polizieschi, così come a New York nel Bronx.. o a Napoli ad esempio l’idea di Song’e Napoli era la mia, oppure ci vedi Gomorra -non è una critica, io sono fan della serie-, perché come gli americani ambientano a Manhattan i film romantici, noi a Napoli non raccontiamo un bel film romantico? Perché io Napoli la vedo adattissima al romanticismo e ad un film di quel tipo. Questa è una pecca che abbiamo noi in Italia un po’ in generale, nelle nostre commedie ci sono un po’ troppo spesso dei luoghi non luoghi, non so perché.. come se si avesse paura a raccontare l’identità o la bellezza delle nostre città. Invece gli americani non hanno paura e raccontano sempre molto bene le loro città. Quindi volevo raccontare una Napoli inedita, che solitamente non siamo abituati a vedere, e non è nemmeno una Napoli da cartolina, sole, pizza e mandolino, ma è una Napoli vera, borghese, bella.

E’ molto difficile scegliere il tema di un’opera prima, quanto c’era di Giampaolo come persona? Il film è sembrato un omaggio alla commedia romantica che si combina alla tradizione della commedia napoletana, con quel linguaggio, quell’ironia troisiana..

Io ripeto, non avrei mai immaginato che il mio debutto sarebbe avvenuto con questa storia: ne avevo scritto il romanzo e già quello aveva una struttura da film, ma non pensavo né di farne io la regia né mai immaginato di debuttarci, avendola sempre visto come una storia difficile da raccontare. Immaginavo una mia opera prima, anche se non ho mai scalpitato per fare la regia, e ce l’avevo in mente.. però pensavo ad una storia autoriale che mi concedesse un po’ più di possibilità di esplorare ma anche di sbagliare. Invece un’opera prima con tutte le difficoltà che ha un’opera prima, e lo dico sempre ringraziando Federica Lucisano e TimVision perché è una grande opportunità poter fare un film da regista, non ti dà i tempi e gli agi che puoi avere quando hai dimostrato che un film lo porti a casa, perciò immagina le mille difficoltà per farlo. Dall’altra parte c’è stato però il fatto che l’avessi prima scritto e aver potuto esplorare queste tecniche con quei tizi.. diciamo a prima visto un po’ assurdi; poi scopri che funziona e che in queste classi c’è gente che comunque ha un suo valore; e poi c’è stato il mio modo di fare, che mi ha fatto portare avanti questa macchina che il set -una macchina complicata da portare avanti- e ho visto che tutti hanno aderito mettendosi a disposizione della storia: non solo il reparto tecnico, fotografia, costumi, trucco e tutto quello che ci può essere dietro, ma anche soprattutto gli artisti, che sono saliti a bordo dell’opera di un collega che non aveva mai fatto sto lavoro prima e che fino a ieri era un attore e oggi ti dirige. C’è stato un atto d’amore e di fiducia notevole da parte di tutti.. Se devo ricordarmi quel momento è stato un delirio, mi ricordo la fatica.. però loro mi hanno detto che si sono divertiti e di questo sono felice perché vuol dire che li ho fatti stare bene in qualche modo. E questa è la cosa più bella e personale che c’è di mio in questo film. Il clima che gli attori hanno voluto respirare è qualcosa che alla fine sullo schermo evidentemente arriva, se stai bene in una certa atmosfera, che io poi ho sempre cercato da attore.

7 ore per farti innamorare - Serena Rossi
7 ore per farti innamorare – Serena Rossi

A proposito degli attori, innanzitutto Serena Rossi era una scelta obbligata dopo Ammore e malavita, e poi Diana e  Massimiliano. Gli attori fanno buona parte di un film…

In un film gli attori sono tutto. Io resto sempre un attore e devo dire che la produzione mi ha accontentato su tutte le mie scelte e questo è stato per me fondamentale. Ogni ruolo è stato scelto con molta attenzione, con molta cura e magari su qualcuno si discute come è normale che sia, ma sono stato accontentato su tutti i ruoli e avere naturalmente Serena che conosco bene come attrice e come persona, mi ha dato grande sicurezza. Sapevo che avrebbe portato a casa questo ruolo non facile perché comunque stiamo parlando di un’insegnante di rimorchio che tiene a bada una classe di maschi che stanno lì per rimorchiare, quindi doveva essere una tosta, una ironica, una pungente, ma con una sua ferita -che si protegge, quindi una un po’ in chiusura-, che poi ogni tanto si lascia andare, magari con uno sguardo o un piccolo sorriso, e lei è riuscita a darmi tutte quelle emozioni che cercavo. Così come Massimiliano Gallo che ha accettato ed è salito a bordo con il personaggio dell’antipatico che poi si accartoccia su se stesso, diventando ridicolo. Di Diana ho sempre pensato che avesse delle altre corde oltre a quelle che magari usa solitamente, che sono quelle sopra le righe, della comica.. ed infatti mi ha dato una grande prova in scene come quella del funerale in cui fa la svampita, oppure quando le dico quelle sciocchezze sulla luna e sull’acqua e si lascia sedurre, e l’ho trovata molto delicata, molto leggera, molto vera. Secondo me gli attori hanno dato tutti una grande prova, ma io sentivo che erano giusti e che l’avrebbero portata a casa bene. Così come Vincenzo Salemme, con un attore della sua portata -e anche regista- che si è messo a disposizione per fare sto personaggio assurdo, che tra l’altro avevo scritto proprio pensando a lui; per me è stato il coronamento di un sogno! Così come Raiz, che siamo abituati a vedere sempre da macho, da cattivo, di cui ero sicuro sarebbe riuscito a fare Fabian in maniera egregia senza andare in macchietta. Non so poi che impressione abbiano fatto, però ho cercato sempre di non scadere nella sitcom e di mantenere sempre un’asticella giusta tra comicità, verità e romanticismo.

Come mai nel romanzo il protagonista si chiama Paolo, mentre al cinema è diventato Giulio?

Si chiamava Paolo il personaggio a riprova che non pensavo di doverlo fare io o di doverne fare un film subito, e poi chiamare Paolo-Giampaolo al cinema mi sembrava veramente troppo.

Nel film si dice sempre «nessuno vuole un bravo ragazzo» ma il tuo personaggio lo è, e un po’ quasi ti dispiace per questo. Secondo te veramente non funziona il bravo ragazzo al cinema?

Non è vero che il bravo ragazzo non funziona. Questa è una cosa che dice Valeria, che nessuno vuole un bravo ragazzo, perché è vero che ci sono -e vale sia per gli uomini che per le donne- delle tipologie di donna che sono attratte dallo stronzo; infatti poi lei alla fine va alla scuola “come riconoscere gli stronzi” proprio perché ha il problema dell’essere attratta dagli stronzetti. Ed è vero comunque che lo stronzetto un po’ ti può attrarre, perché magari è quello che più gioca nella seduzione, ma non è detto che poi ci si innamori di uno così, e sicuramente non vale per tutte le donne, assolutamente.

Una delle frasi del film, detta anche dal personaggio di Serena, è «uscire da una zona di comfort per costruire una nuova identità più forte e solida». Se ripensi un po’ al Giampaolo più giovane, magari quando eri single, eri più vicino al personaggio di Giulio oppure eri uno di quelli che sapeva come conquistare una donna?

Delle volte sai come conquistarla, delle volte no. Il gioco, la seduzione -che poi fondamentalmente è un gioco e rimane un gioco-, di volta in volta cambia, quindi in alcuni periodi sono stato più magari Giulio e in altri meno, come tutti. La vita è un continuo cambiamento, almeno per me, e logicamente io non sono quello che ero anni fa, ma si cambia anche in base agli incontri che si fanno nella vita.

Un’altra frase del film è «Togli l’audio e giudica le persone per le loro azioni».

Il “togli l’audio” è una cosa che istintivamente ho da sempre praticato. Ho sempre giudicato le persone, e anche me stesso, dalle azioni che facciamo e non da quello che diciamo. Credo sia fondamentale, parlare troppo e dire di essere in un certo modo non serve a niente.

Il monologo finale di Vincenzo Salemme contiene un invito a tornare al contatto umano, una frecciata alle fake news e una riflessione sul giornalismo online?

Una volta la notizia veniva data dalla comare, dal vicino, dal pettegolo, da quello che sa tutto di tutti. Ho semplicemente voluto creare un personaggio lungimirante perché all’inizio dice «quando io dicevo che la carta stampata era morta e che tutto sarebbe stato nei telefonini, nessuno mi credeva e poi eccoci qua oggi, è la dimostrazione» ed quindi uno che se ti dice che internet morirà, forse c’ha visto lungo. Naturalmente con questo non voglio dire che internet morirà (ride), anzi vivrà ancora di più, ma sicuramente ci sarà una voglia di contatto umano maggiore, ne sono certo, perché poi internet non può sostituire, torno a dirlo, lo sguardo, gli occhi negli occhi, il percepirsi, il sentirsi umanamente. Sulle fake news, anche lì stiamo comunque assistendo ad una conoscenza maggiore di quello che è internet -ed io credo che siamo ancora alla preistoria di internet-, e mentre prima ci si documentava in maniera più superficiale abboccando più facilmente alle fake news, oggi ci si sta un po’ più attenti. E questo è un bene perché, diciamo, dobbiamo ancora educarci bene per quanto riguarda l’uso di internet.

7 ore per farti innamorare - Fabio Balsamo e Serena Rossi
7 ore per farti innamorare – Fabio Balsamo e Serena Rossi

Come hai scelto le musiche, così particolari e diverse tra loro?

Io adoro la musica, mi piace la musica in generale e sono un ascoltatore di musica. Per l’apertura ho scelto Primmavera di Franco Ricciardi perché la primavera per me è il cambiamento, quindi all’inizio la storia su Napoli si apre con questa canzone che secondo me è una bllissima canzone di Franco Ricciardi proprio musicalmente, e quindi la primavera è una speranza, cosa tra l’altro di cui abbiamo bisogno in questo momento. Poi ho inserito Stai mai cca’ dei 24 Grana, nel momento in cui c’è Valeria / Serena che cammina per la Sanità, che è una sorta di reggae napoletano. Abbiamo inserito Abbracciame di Andrea Sannino prima che a Napoli diventasse l’inno di questo momento come canzone che ci possa riportare ad abbracciarci, e quindi in tutto sto delirio voglio prenderlo come segno positivo il fatto che nel mio film ci sia questo brano. E poi c’è anche Lemonade dei Planet Funk, che non tutti sanno essere un gruppo fondato da napoletani, inserito nel momento in cui il gruppo ha il piano per entrare alla festa. E poi ci sono semplicemente dei pezzi che mi piacevano e che erano funzionali alle emozioni e alla storia. In più anche un bel lavoro di Pasquale Catalano, che mi è sempre piaciuto molto come musicista, e che trovavo adatto per raccontare questo film, per raccontare una commedia romantica.

Parlaci della tua “grande prestazione” a beach volley con Serena Rossi. A proposito di quella scena c’è un aneddoto simpatico da raccontare?

Perquanto riguarda il beach volley, è stata una giornata che io “aspettavo” e sapevo che mi sarei distrutto. Sono quelle scene che tu sai di aver bisogno di tre giorni per girarle, mentre invece ne avevi a stento uno per fare due minuti di film, ed è stato devastante, faticosissimo, e pure lì gli attori si sono dati molto. Ci doveva essere il campo di beach volley, ma poi non c’era, e quindi lo abbiamo dovuto attrezzare noi; l’area però non era stata pulita e a terra c’erano dei cocci, e quindi dopo ogni salto mi rialzavo sanguinante: sangue dalle mani, dai piedi, dalle ginocchia, un delirio! Mi viene la nausea a ricordarla.

7 ore per farti innamorare - Serena Rossi e Giampaolo Morelli
7 ore per farti innamorare – Serena Rossi e Giampaolo Morelli

E perché hai deciso di coinvolgere Diletta Leotta?

In quel momento mi serviva una star, un vip che traghettasse i nostri alla festa. Quindi mentre scrivevo pensavo a chi potesse essere una star che rappresentasse logicamente anche un sogno per loro, per gli studenti, e che dovesse essere rimorchiata. Quindi per capirci non andava bene Gigi D’Alessio! (ride). Mi serviva una vip che avesse determinati requisiti, quindi mi sono chiesto chi è che a Napoli fosse così desiderata e voluta, e ho pensato a Diletta, anche perché è anche molto legata al calcio Napoli, con DAZN, quindi in città è una vera e propria star, come in tutta Italia. Mi sembrava perciò la persona che avesse in sé le caratteristiche per raccontare questo film a Napoli, perché ci tengo molto al fatto che sia molto incentrato sulla mia città.

Negli ultimi anni si sono molto diffuse applicazioni per rimorchiare, e anche l’ uso dei social media è spesso rivolto in quella direzione. Tu nel film stranamente torni al rimorchio “vintage”, vecchio stampo, con l’approccio diretto. Come mai questa scelta e che rapporto hai con i social network?

Il motivo è molto semplice, perché affrontiamo appunto il capitolo del rimorchio on-line che è esattamente uguale al rimorchio dal vivo. Se tu sei asfissiante, melenso e rompicoglioni nella vita, lo sei tale e quale on-line e penso che si possa essere rimbalzati su internet come lo si è nella vita, anche perché prima o poi le persone che tu conosci on-line le dovrai affrontare anche di persona: l’online ti può sicuramente agevolare nella conoscenza, nel presentarsi, nel rompere il ghiaccio.. ma poi la discussione va avanti nella stessa maniera, non ci vedo molta differenza. Far vedere in un film interamente come si rimorchia online è un po’ claustrofobico. Almeno nei film continuiamo a rimorchiarci di persona, perché sennò è veramente una tristezza infinita! Io credo ancora nello sguardo e onestamente se devo parlare con delle persone e chattare, dopo due righe mi sono già annoiato, non so più che dire. Preferisco il contatto degli occhi.. per me è insostituibile, sono vintage in questo.

7 ore per farti innamorare - Massimiliano Gallo,Diana Del Bufalo
7 ore per farti innamorare – Massimiliano Gallo,Diana Del Bufalo

Hai lavorato con registi molto diversi tra loro, da Vanzina ai Manetti, da Sibilia fino a Muccino. Che cosa hai preso da ognuno di loro e se poi quando ti sei trovato sul set a dirigere e ti è venuto in mente «ma Gabriele l’avrebbe fatta oppure Carlo l’avrebbe fatta cosà..»

Sicuramente ho preso qualcosa da ogni regista con cui ho lavorato e alcune volte ho preso “al contrario”, cioè che non avrei mai fatto quella cosa come l’ha fatta quel regista, ma non solo nel dirigere una scena, anche nella gestione del set, nel come rivolgersi alle persone, nel come comportarsi col prossimo. Per me essere regista, e ne ho avuto la conferma anche se lo sapevo, anche se uno dice «tu sei il regista, comandi tu», è un lavoro di grande umiltà, soprattutto se poi vieni dall’essere solo attore, dove la luce è puntata su di te. Il regista deve essere di un’umiltà incredibile, perché prendi schiaffi da tutte le parti, è una continua lotta per infinite cose, e poi speri soprattutto che tutti siano lì ad ascoltarti e a darsi completamente per la tua storia, che è una cosa non è piccola da chiedere, soprattutto in un’opera prima. In Italia, tranne due o tre che sono geni e possono dire «mo si fa come cazzo dico io e non voglio sentire nessuno», secondo me il regista è invece uno che deve molto ascoltare, molto accogliere, e riuscire a mettere insieme tanti pensieri, tante teste. E sul mio film la cosa che più mi ha colpito è stata appunto la dedizione di tutti a questo progetto, proprio “l’amore”, e tutti c’hanno creduto ed hanno creduto in una visione. Io lo vivo come un miracolo, come una gioia incredibile, e quindi per me fare il regista vuol dire essere molto molto umile.

E quali potrebbero essere altre regole per essere un buon regista, oltre all’umiltà?

Ci sono mille risposte, è talmente personale. Ognuno ha la sua. Secondo me molto del lavoro è nell’ascoltare gli attori e lavorare con loro; le scelte credo che siano tutte a monte, e molte volte non tutti ci pensano che dietro ogni singola cosa che tu vedi in un film c’è la scelta del regista. Anche l’aver scelto per quel ruolo quella persona: poi si fanno i complimenti all’attore, però comunque ti ha scelto quel regista e se funzioni è lui che ti ha “visto” in quel ruolo. Da regista arrivi pure a parlare di musica e note con il musicista, anche di cose di cui non sai un cazzo, ma cerchi di seguire il tuo istinto e di fare di tutto perché l’emozione arrivi al pubblico. Secondo me di base devi sposare la storia che stai trattando e raccontarla al meglio, per quello che puoi. Devi ascoltare la storia perché è quella che comanda e ti dice come deve essere raccontata. Io non so se affronterò più una commedia romantica, magari il prossimo sarà un film completamente diverso, sporco, macchina a mano, di altra natura. Però sono alla mia opera prima e se avrò l’opportunità di raccontare altre storie potrò imparare qualcosa in più.

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