End of Justice – Nessuno è innocente: la recensione

Washington
Denzel Washington

A quattro anni da Lo sciacallo – The Nightcrawler Dan Gilroy torna a interrogarsi sui limiti del codice etico con End of Justice – Nessuno è innocente che, nonostante un Denzel Washington in stato di grazia, il risultato non è all’altezza delle aspettative.

Adattarsi o rimanere se stessi?

Adattarsi al contesto o restare fedeli ai propri ideali, anche a costo di essere tagliati fuori dal sistema nel quale si vorrebbe operare? Il dilemma alla base di questo End of Justice – Nessuno è innocente è vecchio quasi quanto il mondo, quello del lavoro senz’altro. La risposta, più o meno, la trovate inclusa nel sottotitolo che la distribuzione italiana ha deciso di dare all’opera seconda di Dan Gilroy, già autore, quattro anni fa, del notevole Lo sciacallo – The Nightcrawler. Un film che, in originale, prende invece giustamente il nome dal suo stesso protagonista, Roman J. Israel. Dico giustamente perché questo è il classico film in cui la storia è a completo servizio di un personaggio principale inevitabilmente bigger than life.

La storia

Roman J. Israel (Denzel Washington) è un avvocato scrupoloso e particolarmente attento ai diritti civili, solo pessimo nella gestione dei rapporti sociali. È questo il motivo per cui non ha mai bazzicato le aule di tribunale preferendo invece muoversi dietro le quinte, per lasciare le luci della ribalta al suo socio William. Quando però quest’ultimo muore, Roman è costretto a passare in prima linea, assoldato da George Pierce, un avvocato di grido (Colin Farrell) che, alla tutela dei più deboli, ha sempre anteposto il puro guadagno. Fin dal primo incarico l’uomo capirà quanto sia difficile muoversi in quel mondo reale che ha sempre evitato senza sporcarsi almeno un po’ le mani.

La zona grigia

Il punto da cui partire per un’analisi del film di Gilroy è proprio il forte rapporto simbiotico con il sopra citato Lo sciacallo – The Nightcrawler. Entrambe le opere ruotano infatti attorno a cosa sia disposto a fare un uomo pur di uscire da quella zona grigia fatta solo in apparenza di bisogno economico ma che, in realtà, ha molto più a che fare con la sete di potere. In entrambe le opere questa zona grigia trova il suo setting ideale in una Los Angeles anonima e tentacolare, inquadrata spesso dall’alto per suggerire una verticalità che, già da sola, prefigura la caduta.

Washington/Farrell
Denzel Washington e Colin Farrell

I rischi della struttura a flashback

Solo che, laddove in precedenza, l’autore trovava il coraggio di abbandonare qualsiasi pretesa moralistica per accompagnare il suo protagonista (uno straordinario Jake Gyllenhaal) in una discesa all’inferno senza ritorno, qui il discorso si fa più complesso. In primis a causa di un personaggio principale che, vittima di un purezza estrema, a metà strada tra l’autismo e l’Asperger, sappiamo fin dall’inizio non essere in grado di reggere il peso delle proprie scelte. In realtà lo sappiamo anche perché Gilroy decide di aprire il film dalla fine, procedendo poi a ritroso nella più classica delle strutture a flashback.

I concetti di giusto e sbagliato

Per denotare in maniera ancora più forte l’oscillazione di Roman tra i concetti di giusto e sbagliato, addirittura l’autore gli fornisce due estremi etici, rappresentati dal cinico rampantismo di George e dal candido attivismo di Maya (Carmen Ejogo), a tutti gli effetti un diavoletto e un angioletto appollaiati sulle spalle del protagonista per tutta la durata del film. Il risultato è un film di stampo dichiaratamente classico con un personaggio principale talmente eccentrico e sui generis da fagocitarne il plot.

Denzel Washington
Denzel Washington in una scena del film

In conclusione

Come se non bastasse, poi, Denzel Washington ci aggiunge il carico, con un overacting tutto borbottii e andatura claudicante che se, da un lato, non ha mancato di garantirgli la sua solita nomination agli Oscar, dall’altro finisce con l’appesantire la fruizione di un film che, giocoforza, trova i propri punti di maggiore interesse altrove. Nel personaggio interpretato (benissimo) da Colin Farrell, ad esempio: l’unico ad affrontare un percorso di simil-redenzione che è poi quello che un film dalla matrice così evidentemente morale impone.

End of Justice – Nessuno è innocente, diretto da Dan Gilroy e interpretato da Denzel Washington, Colin Farrell e Carmen Ejogo, sarà in sala da giovedì 31 maggio distribuito da Warner Bros Italia.

VOTO:

 

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