Dumbo: la recensione dell’attesa versione live-action del classico Disney firmata Tim Burton

La versione live-action di Dumbo targata Tim Burton è cinema ultraclassico con il solo scopo di divertire le nuove generazioni di bambini rappresentando, allo stesso tempo, anche un riuscito déjà vu per chi, invece, bambino non lo è più già da un po’.

Dal cartoon a live-action

Prosegue a gonfie vele il processo di rebranding in atto in casa Disney che vede tutto il catalogo dei classici tradotto in live-action grazie alle possibilità pressoché infinite offerte oggi dalla CGI. In attesa quindi dell’Aladdin diretto da Guy Ritchie e interpretato da Will Smith e de Il Re Leone di Jon Favreau (autore della migliore rivisitazione realizzata finora, il magnifico Il libro della giungla), era indubbiamente molta la curiosità per questo nuova versione di Dumbo. Non solo perché il film del ’41 sull’elefantino volante ha segnato in maniera indelebile l’infanzia – e la propensione al pianto – di un numero ormai indefinito di generazioni, ma in quanto era interessante capire come un cartoon vecchio di quasi ottant’anni sarebbe stato reinventato per andare incontro ai gusti di un pubblico moderno fattosi, nel frattempo, sempre più esigente.

La scelta di Tim Burton come regista

E se la notizia che a dirigerlo sarebbe stato Tim Burton non rappresentava, poi, tutta questa garanzia – dopo il pessimo Alice in Wonderland e, più in generale, un quindicennio speso dal regista alla ricerca, per lo più vana, dello stile e della grandezza perduti – va detto che in Dumbo, almeno sulla carta, sono presenti tutti i principali leit motiv della migliore poetica burtoniana. Dall’infinita empatia verso ciò che è ritenuto diverso, bizzarro o, addirittura, mostruoso all’ambientazione circense, passando per il potere salvifico dell’infanzia, le premesse per un risultato come minimo dignitoso c’erano tutte. Restava da capire come tutto ciò si sarebbe tradotto in immagini.

Dumbo - Eva Green
Eva Green e il piccolo Dumbo in una scena del film

Non una semplice trasposizione

E il risultato è inaspettatamente buono. Innanzitutto perché, a differenza di operazioni similari su opere meno datate (si pensi, ad esempio, al lavoro fatto su La bella e la bestia) qui l’intervento richiesto non era quello di una semplice e magari calligrafica trasposizione di un testo dalla sua dimensione cartoon a quella live-action, bensì una riscrittura integrale che prendesse giusto spunto dalla traccia narrativa originale – esile se consideriamo che il primo Dumbo – L’elefante volante durava appena 61 minuti – per costruire qualcosa di nuovo, senza però tradire lo spirito di un’icona così indissolubilmente legata al concetto di innocenza da offrire ben poco margine di manovra.

Un Greatest Hits di Burton

In tal senso  script di Ehren Kruger (già autore sia della serie che del film di Gilliam Brothers Grimm) lavora assai bene, rispettando la caratura classica del racconto originale ma ampliando allo stesso tempo la storia, con l’inserimento di elementi narrativi tutti perfettamente coerenti sia con il mondo Disney che con l’estetica di Burton. Che gira il film quasi si trattasse di compilare un suo ipotetico Greatest Hits, a cominciare dalla mai sopita passione per i freak – ricordate il bambino ostrica? – fino alle musiche di Danny Elfman e un parterre di volti noti a chi bazzica da più tempo il suo cinema. Ecco quindi che Michael Keaton e Danny De Vito, in un piacevolissimo corto circuito adorabilmente cinefilo, invertono le coordinate morali che li contrapponevano in Batman – Il ritorno e diventano il primo un esilarante villain e il secondo un (quasi) eroe.

Dumbo
Il piccolo Dumbo in una scena del film di Tim Burton

La trama

La storia è, ça va sans dire, quella di Dumbo, elefantino triste per la separazione forzata dalla mamma, dotato di due orecchie enormi che lo rendono lo zimbello dello staff del circo in cui è nato. Almeno fino a quando Millie e Joe, i figli dell’ammaestratore di cavalli Holt (Colin Farrell), non scoprono che quelle orecchie così grandi permettono all’elefantino di alzarsi in volo, sebbene mai a comando. Se questa particolarità rende in breve tempo Dumbo l’attrazione principale di un’attività altrimenti in rovina, attira però anche le mire dell’imprenditore senza scrupoli V.A. Vandevere (Michael Keaton) che farà di tutto per impossessarsi del tenero cucciolo e renderlo una stella.

In conclusione

La precondizione per godere appieno di Dumbo è di non pensare troppo agli ultimi e oggettivamente pessimi film di Tim Burton – chi scrive rabbrividisce ancora al solo pensiero di operine risibili come Dark Shadows e Big Eyes – e di abbandonarsi a una dimensione se vogliamo anche un po’ naif, di fronte a un’idea di cinema ultraclassico, che nulla inventa e nulla vuole stravolgere. E che ha come unico scopo la volontà di divertire le nuove generazioni di bambini rappresentando, allo stesso tempo, un riuscito déjà vu per chi, invece, bambino non lo è più già da un po’. Il miglior Tim Burton da quindici anni a questa parte dunque? Per alcuni versi sì. Certo, a patto che non ci si aspetti di ritrovare negli occhioni spauriti dell’elefantino volante la grandezza di un autore che comunque, nel frattempo è diventato altro. O forse è solo diventato adulto.

Dumbo, diretto da Tim Burton e interpretato da Colin Farrell, Eva Green, Danny De Vito e Michael keaton, sarà in sala da giovedì 28 marzo distribuito da Walt Disney.

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