Dahomey, recensione: la memoria è sacra nel film Orso d’Oro 2024 di Mati Diop

Dahomey - una scena del film
Dahomey - una scena del film

La nostra recensione di Dahomey, film vincitore dell’Orso d’Oro alla 74ª Berlinale quest’anno diretto da Mati Diop: si parla di memoria, di colonialismo e dei suoi effetti anche sul contemporaneo e di identità attraverso un documentario tanto essenziale quanto chirurgico

Dopo il trionfo alla 74ª Berlinale arriva in sala Dahomey, il docufilm di Mati Diop che parte dalla restituzione da parte della Francia alla Repubblica del Benin di ventisei sculture trafugate durante la colonizzazione del paese alla fine dell’800, per ampliare lo sguardo e parlarci di memoria collettiva e personale, delle ferite lasciate dal colonialismo che riverberano ancora oggi sulla società beninese e di identità. Essenziale nella sua durata (solo 64 minuti) ma allo stesso tempo pervaso di un’urgenza e di una precisione encomiabili, anche se nella prima parte francese indugia un po’ troppo.

Dahomey-una-scena-del-film
Dahomey-una-scena-del-film

Un tesoro rubato

Il film segue il viaggio della restituzione dei 26 tesori reali del Dahomey che, nel mese di novembre del 2021, vengono trasferiti da Parigi a Porto Novo nell’attuale Benin. Queste opere, insieme ad altre migliaia, furono saccheggiate durante l’invasione delle truppe coloniali francesi nel 1892 e poi portate in Francia per essere esposte nei musei transalpini.

Dahomey – una scena del film

Restituire una parte di Storia

Si comincia dalla Torre Eiffel, o meglio da tante piccole Torri Eiffel illuminate sui bordi della Senna. Siamo a Parigi ed è qui che sono state inviate gran parte delle sculture e delle opere artistiche trafugate dalla Francia nel corso della colonizzazione in Benin, alla fine dell’800. Un atto depredatorio e ingiusto che solo nel 2021 è stato (molto parzialmente) risanato con la restituzione di una piccola parte di quelle opere, ed è proprio da quel processo che Dahomey (nome di un antico e glorioso regno della Repubblica del Benin) sceglie di partire. È probabilmente il momento più chirurgico e forse distaccato di tutta l’operazione, anche se il suo sottotesto politico non emerge ancora in tutta la sua potenza.

Non è un caso che Mati Diop abbia scelto proprio il nome del potente e antico regno della Repubblica del Benin come titolo del suo secondo lungometraggio, poiché è dalla memoria storica che si deve partire per individuare il fantasma del presente, analizzarlo, cercare di comprenderlo per poi restituirlo in una singola inquadratura o in una linea di dialogo. Ma la memoria storica ha bisogno di una sacralità, di un’aurea quasi ascetica e mistica per far breccia con più forza nella costrizione della macchina da presa ed è per questo che la prima mezz’ora è costruita su toni trascendentale, con una voce che ripete una litania in lingua fon in grado di suggestionare, di evocare persino un certo effetto Mandela.

È l’aspetto più affascinante e meno accademico di un docufilm che invece ha un chiaro intento politico, perché a Diop interessa entrare in contatto con le proprie radici (pur essendo lei senegalese) facendo del Benin la sineddoche di un intero continente. Si avverte quindi un’urgenza espressiva di grande forza, aiutata dalla durata contenutissima di appena un’ora che paradossalmente non permette al racconto di esplodere con interezza. Si veda ad esempio il lungo dibattito della seconda parte tra gli studenti di un’università del posto, in cui la moltiplicazione e la pluralizzazione delle voci e dei punti di vista rimane un po’ costretta nel montaggio austero.

Dahomey - una scena del film
Dahomey – una scena del film

Identità e memoria

Nonostante questo Dahomey rimane una visione fondamentale per provare a decodificare il rapporto che sussiste tra identità e memoria nel popolo africano tutto, non solo in quello beninese. Ma per farlo, ci dice Mati Diop, è necessario che entrambe le parti si mettano in gioco, colonizzatori e colonizzati, anche banalmente per tentare di ricucire gli strappi di un passato coloniale doloroso il cui eco ancora riverbera. Anche se all’apparenza l’opera seconda della cineasta senegalese può ricordare un pamphlet piuttosto che un racconto scevro da ideologie, in realtà l’utilizzo del docufilm spegne il dubbio alla radice perché è privo di retorica o di manicheismo.

Non ci sono cioè buoni o cattivi, vittime o carnefici tout court – per quanto si individuino dei colpevoli – bensì si sostiene l’importanza di preservare ciò che resta di un patrimonio culturale, artistico e storico enorme, senza prezzo. E, per quanto una sorta di riconciliazione appaia ancora lontana, Dahomey ci ricorda come ricerca dell’identità culturale e memoria storica siano indispensabili per capire chi siamo ora, come siamo arrivati a questo momento della nostra società, cosa possiamo fare per rendere il passato un luogo più agevole e il futuro un luogo meno spaventoso. Perché anche le più belle opere d’arte, se non facciamo uno sforzo di comprenderle e decodificarle, rimangono solo oggetti.

TITOLO Dahomey
REGIA Mati Diop
ATTORI
USCITA 12 dicembre 2024
DISTRIBUZIONE Lucky Red

 

VOTO:

Tre stelle e mezza

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