Captain Marvel: la recensione del divertente cinecomic al femminile

Brie Larson/Captain Marvel

Giunti ormai quasi alla fine della Fase 3 del cosiddetto Marvel Cinematic Universe – quella iniziata nel 2008 con il primo Iron Man di Jon Favreau – ecco finalmente arrivare in sala il tanto atteso Captain Marvel.

I motivi dell’attesa

Tra i motvi dell’attesa senz’altro la sua funzione di ponte narrativo tra l’ottimo Avengers: Infinity War e l’ancor più atteso Endgame che, di qui ad un mese, dovrebbe porre fine al concetto di cinecomic per come lo abbiamo conosciuto nell’ultimo decennio, ma soprattutto il fatto che al centro della pellicola diretta da Anna Boden e Ryan Fleck ci sia, per la prima volta in un film dei Marvel Studios, una donna. E non una principessa amazzone come nel tanto (forse anche troppo) osannato Wonder Woman di casa DC, ma una cazzutissima bad-ass che mostra già in nuce tutti i segnali del proprio eroismo ben prima che gli eventi la portino ad acquisire i suoi straordinari superpoteri.

La storia

Il film inizia sul pianeta Hala, capitale dell’impero Kree. Qui Vers (Brie Larson) fa parte della Starforce, plotone di nobili guerrieri con a capo il suo mentore Yon-Rogg (Jude Law). Vers non ha alcun ricordo del proprio passato. Sa solo che l’Intelligenza Suprema, leader incorporeo dei Kree, l’ha dotata di incredibili poteri che deve imparare a gestire per servire al meglio il suo popolo. Durante una missione la Starforce viene attaccata degli Skrull, alieni mutaforme in perenne lotta contro i Kree, che rapiscono Vers nel tentativo di estorcerle la posizione di un motore a velocità della luce di vitale importanza per la sopravvivenza della loro specie. Ne segue una battaglia in seguito alla quale Vers precipita sulla Terra nel 1995, dove sono nascosti sia il motore che, forse, buona parte del proprio misterioso passato.

Captain Marvel - Brie Larson
Brie Larson in una scena di Captain Marvel

Un film sulla ricerca dell’identità

Appare chiaro fin dalla sinossi come la funzione chiave di un film come questo all’interno dell’attualissima riflessione sul genere non si esaurisca nel suo semplice avere una protagonista donna. Captain Marvel è innanzitutto un evidente inno all’autedeterminazione femminile e, più in generale, alla ricerca di una identità che trova la sua rappresentazione strutturale in un’opera volutamente priva di un fulcro stilistico ben definito, tanto da essere divisa in tre parti ben distinte tra loro, che sembrano rifarsi ognuna ad un diverso decennio di riferimento. Si va da un incipit “spaziale” che, nei suoi richiami alle battaglie laser di Star Wars, risulta essere un ovvio omaggio agli anni 80, per poi passare al capitolo sulla Terra, che assume la forma di un buddy movie tipicamente nineties – con la strana coppia formata dalla Larson e da Samuel L. Jackson – e concludersi con un epilogo più smaccatamente action, che si ricongiunge in maniera abbastanza fluida all’estetica dell’MCU.

I sottotesti

Il tutto condensato in un film di (solo) due ore, divertente e divertito, che ha il pregio di intrattenere e, allo stesso tempo, fornire un’utile panoramica esplicativa su un periodo non ancora coperto dall’MCU, ovvero gli anni in cui la Terra non ha ancora conosciuto la forza devastante di Hulk o Thor, Captain America è ancora nel pieno del suo processo di ibernazione e lo S.H.I.E.L.D. è solo un embrione di quello che diventerà sotto la guida di Phil Coulson, che qui è poco più che un agente alle prime armi. Lo stesso sottotesto femminista – di fatto la donna è vista come generatrice di una forza immensa che, in via ipotetica, sarà fondamentale per salvare gli Avengers in Endgame – è perfettamente impiantato nel tessuto narrativo così da non risultare mai posticcio o, in alcun modo, forzato. Stesso discorso per il significato, per forza di cose politico, che assume nel 2019 la descrizione degli Skrull come un popolo di profughi.

Captain Marvel - Samuel L. Jackson
Samuel L. Jackson/Nick Fury in una scena del film

Molti pregi e un solo difetto

Persino la selezione musicale – si va dai Garbage alle Hole passando per i No Doubt di “Just a Girl” come accompagnamento a una scena di lotta – è tutta improntata su un’idea di Girl Power che non diventa mai pedante, né tanto meno predominante rispetto al quadro generale. Detto ciò Captain Marvel non è né un film perfetto né il migliore dei cinecomic della Marvel. Perché ha una carenza importante, soprattutto nella parte centrale, di quell’azione che sappiamo essere uno dei principali parametri di valutazione adottati dai fan rispetto a opere di questo genere. D’altro canto, però, ha il raro pregio di non annoiare mai, portando in dote un villain credibile perché non mosso dal semplice piacere di distruggere galassie. Oltre al fatto di rappresentare uno dei pochi casi di ringiovanimento digitale – il Nick Fury di Samuel L. Jackson – perfettamente riusciti nella storia della CGI.

In conclusione

La raccomandazione di aspettare seduti fino alla fine dei titoli di coda non ve la facciamo neanche più, ché i fan dei cinecomic ormai conoscono assai bene l’importanza delle scene post credit. Fate attenzione piuttosto al toccante omaggio a Stan Lee posto in apertura e al suo usuale cameo. Che stavolta rischia di essere davvero l’ultimo.

Captain Marvel, diretto da Anne Boden e Ryan Fleck, con Brie Larson, Samuel L. Jackson Jude Law e Annette Bening, è in sala da mercoledì 6 marzo distribuito da Walt Disney Italia.

Voto

 

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