Cannes 2023, Rapito, la recensione: Bellocchio racconta la terribile storia vera di Edgardo Mortara

Rapito - Paolo Pierobon ed Enea Sala (foto 01 Distribution)
Rapito - Paolo Pierobon ed Enea Sala (foto 01 Distribution)

La recensione di Rapito, il nuovo film del maestro Marco Bellocchio in concorso a Cannes 2023: un affresco duro e violentissimo di oppressione politica, religiosa e umana con un Paolo Pierobon gigantesco e da premio

A solo un anno di distanza da quel lavoro monumentale che è Esterno Notte, Marco Bellocchio torna al Festival di Cannes e in sala con Rapito, la sconvolgente storia vera del piccolo Edgardo Mortara e del suo rapimento per volere di Papa Pio IX nel 1858. Un film di grande violenza tematica, psicologica e infine anche fisica, durissimo e cupo anche nella fotografia e che disegna i tratti di un’Italia in cui il potere temporale dello Stato Pontificio è quasi al tramonto, ma la sua influenza politica e spirituale è ben lungi dall’essere svanita.

Come ladri nella notte

Edgardo Mortara (Enea Sala da bambino, Leonardo Maltese da ragazzo) è un piccolo ebreo bolognese che vive assieme ai propri genitori Momolo (Fausto Russo Alesi) e Marianna (Barbara Ronchi) e  i suoi numerosi fratelli e sorelle. La vita dei Mortara scorre normalmente tra preghiere rituali, scuola ebraica e momenti di condivisione familiare, finché una notte non ricevono la visita della gendarmeria pontificia. Per ordine di Papa Pio IX (Paolo Pierobon) e per autorizzazione dell’inquisitore del Santo Uffizio Pier Gaetano Feletti (Fabrizio Gifuni) il piccolo Edgardo deve essere immediatamente strappato via dalle braccia dei propri genitori e portato a Roma, per essere cresciuto ed educato nel collegio della Santa Sede. Il motivo? Edgardo sarebbe stato segretamente battezzato mentre era quasi in punto di morte dalla serva dei Mortara, per far sì che la sua anima potesse essere accolta direttamente in Paradiso; in questo caso la legge vaticana è inappellabile e prevede che al bambino venga impartita un’educazione cattolica. I genitori di Edgardo però faranno di tutto per riavere il figlio, incluso montare uno scandalo internazionale che attraversa l’Europa per arrivare fino in America. Papa Pio IX però non si piega alle pressioni e non ha intenzione di restituire Edgardo, mentre col passare degli anni il bambino viene cresciuto come cattolico. Nel frattempo il potere temporale della Chiesa volge pian piano al termine e le truppe sabaude, sempre più vicine, si preparano alla breccia di Porta Pia.

Rapito - Fausto Russo Alesi (foto 01 Distribution)
Rapito – Fausto Russo Alesi (foto 01 Distribution)

Oppressione e libertà

Nella filmografia perlomeno recente di Marco Bellocchio c’è un fil rouge che lega opere all’apparenza di stampo diverso, ambientate in epoche storiche e coordinate geografiche diverse e costruite con un tono e una modalità di racconto diversi: la libertà. Il traditore, Esterno notte, Bella addormentata, Fai bei sogni e ovviamente Rapito sono tutti film che raccontano la ricerca spasmodica, incessante e dolorosa di un qualche tipo di libertà. Nel caso di Rapito non c’è in ballo solo la libertà fisica di Edgardo di poter tornare tra le braccia dei propri genitori amorevoli, ma ci sono soprattutto in ballo la sua libertà di pensiero, di scelta, di autorealizzazione. Verso la fine del film lui afferma di aver scelto quella vita, quella fede, quel futuro ma è il fratello maggiore a dovergli ricordare che no, a sei anni non si può essere in grado di scegliere per sé stessi. Sono gli altri ad aver deciso per lui, ad avergli tolto quel barlume di libertà ancora possibile. In mezzo, Bellocchio continua ancora a ragionare con incredibile lucidità sull’oppressione del potere e dei potenti, sui pericoli di ogni forma di fanatismo e integralismo (religioso o politico che sia) e sulla forza malvagia e corruttrice di ogni dogma, di ogni legge incontestabile, di ogni verità inappellabile. “Cos’è un dogma?” chiede ad un certo punto Papa Pio IX alla schiera di piccoli seminaristi, aspettandosi di ricevere una risposta chiara, inappuntabile, dogmatica per l’appunto. Badate bene, chi accuserà Bellocchio di prendersela solo con i cattolici o con la Chiesa cattolica commette un gravissimo errore figlio di una gravissima ingenuità: Rapito si scaglia contro l’integralismo tutto, prendendo persino di mira la madre di Edgardo quando quest’ultima, sul letto di morte, dichiarerà di essere nata e di voler morire ebrea, senza compromessi. E allora non ci sono ideologie giuste o sbagliate, non ci sono ragioni che possano spiegare la barbarie di un figlio strappato ai genitori e non ci sono vittime in Rapito, solo colpevoli; anzi, di vittima ce n’è solo una.

Rapito - Barbara Ronchi (foto 01 Distribution)
Rapito – Barbara Ronchi (foto 01 Distribution)

Quasi una selva dantesca

Per raccontare una storia così pregna di oscurità e di violenza Bellocchio si affida all’oscurità e alla violenza, soprattutto di notte. Rapito è un film cupo anche nei colori, persino nelle scene diurne in cui si avverte, si respira un’atmosfera spettrale, pregna di dannazione. Il Reno e il Tevere su cui Edgardo viene trasportato all’inizio del film, nel suo viaggio da Bologna a Roma, paiono quasi l’Acheronte e lo Stige di dantesca memoria, due fiumi che segretamente lo stanno conducendo verso un inferno pubblico e privato. Bellocchio gira Rapito quasi come fosse un thriller d’atmosfera, perfino un horror, aiutato dal bellissimo montaggio di Francesca Calvelli che gioca con i piani spaziali e temporali senza fornire coordinate precise, ma aumentando quel senso di vuoto e di impotenza e dalla fotografia di Francesco Di Giacomo, oppressiva e tenebrosa come il cuore degli uomini e delle donne che ruotano intorno al mondo di Edgardo. In mezzo, un padre reso inetto dall’amore straziante che prova per suo figlio, una figura tenerissima e dolente resa indimenticabile dalla performance di Fausto Russo Alesi, forse l’unica figura adulta in grado di porsi davvero domande su sé stesso e sulle proprie azioni, di guardarsi dentro, di pensare davvero agli interessi di Edgardo. Un personaggio straordinario quello di Momolo, anche quando si percuote la testa con le mani per cercare una penitenza impossibile o quando confida le proprie fragilità alla moglie, che in cambio lo accusa di non aver saputo fare abbastanza.

Rapito - Fabrizio Gifuni (foto 01 Distribution)
Rapito – Fabrizio Gifuni (foto 01 Distribution)

Bellocchio non fa sconti

In Rapito torna anche la feroce iconoclastia del Bellocchio de L’ora di religione ma quella rabbia ora è meno esplosiva, più sommessa. Attenzione, non vuol dire che sia scomparsa, tutt’altro. Esce fuori più di una volta sia per mano di uno straordinario Paolo Pierobon (da premio, senza se e senza ma), il cui Pio IX è una figura molto più vicina ad un despota malvagio che ad un vicario di Cristo, sia attraverso un’altrettanto meravigliosa Barbara Ronchi. La sua Marianna racchiude in sé tutte le sfumature del dolore, dell’acredine, della resistenza passiva contro un potere più forte e di una mai sopraggiunta rassegnazione; i suoi silenzi, le sue pause, i suoi occhi che sputano fuoco e fiamme ad ogni inquadrature dicono molto di più delle sue (comunque affilate) parole. In tutto questo, lo si diceva all’inizio, Rapito è un film che trasuda violenza ad ogni ripresa; la violenza di chi è costretto a baciare le scarpe del Papa in un atto di prostrazione e umiliazione coercise, come fa lo Scarzocchio di Paolo Calabresi (altro attore fin troppo sottovalutato del nostro cinema) o quella in cui Edgardo è costretto a leccare il pavimento disegnandoci ben tre croci sopra con la lingua. Eppure Bellocchio inserisce la forza salvifica dei bambini, uniche creature davvero senza macchia, per farci intravedere un minimo di speranza, una crepa in quel muro di assoggettazione in cui anche un semplice nascondino nasconde un tetro simbolismo di dominio. In una delle scene più belle del film un Edgardo ormai cresciuto compie un gesto estremamente radicale e potente, un gesto perfettamente speculare a quello che compie da bambino nei confronti di una statua del Cristo risorto. Due sequenze simboliche e fortissime, tra le più belle mai girate da Bellocchio, due sequenze che ci ricordano come il grande cinema debba cristallizzare il sentimento del presente anche quando parla del passato. Un passato vecchio di quasi due secoli, sì, ma che continua a tormentarci perché parte integrante del nostro Paese. E chissà, forse è per via di quel passato che Spielberg non se la sentì di girare questo film ai tempi. Per fortuna ci ha pensato Bellocchio.

Rapito. Regia di Marco Bellocchio con Enea Sala, Leonardo Maltese, Fausto Russo Alesi, Barbara Ronchi, Paolo Pierobon, Fabrizio Gifuni e Paolo Calabresi, in uscita domani 25 maggio nelle sale distribuito da 01 Distribution.

VOTO:

Quattro stelle e mezzo

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