Aspettando Godot, la recensione: un eterno ritorno senza salvezza

Aspettando Godot

Aspettando Godot, capolavoro di Samuel Beckett, è un dramma del tempo e dell’esistenza umana, dell’inutile attesa di un gesto salvifico che potrebbe non arrivare mai. Non c’è posto neanche per la ribellione, perché alla delusione si accompagna l’apatia di chi non vuole – o non può, in fondo – cambiare il proprio destino. In scena al Teatro Marconi fino al 25 marzo.

Aspettando Godot, il dramma dell’attesa

Capolavoro indiscusso del Novecento, Aspettando Godot è uno dei testi teatrali più rappresentativi della poetica di Samuel Beckett, maestro del teatro dell’assurdo. Un dramma in due atti, talmente simili tra loro da fondersi agli occhi dello spettatore, infine, in uno solo. Un testo scarno, che porta in scena pochi personaggi, la cui vita scenica ruota tutta attorno ad un’assenza. Un altro personaggio è atteso sulla scena, Godot – chi sia davvero, non ci è dato saperlo – e la vicenda si sviluppa tutta intorno a questa figura costantemente evocata, sempre sull’orlo dell’epifania, che però non viene mai concretizzata. Ad aspettare il Signor Godot sono due vagabondi, Estragone e Vladimiro, che tra siparietti comici, canzoncine, lamenti e non-sense, cercano di riempire come possono la mortificante attesa. La dimensione temporale sembra quasi bloccata e crea una sensazione di asfissia e disagio anche nello spettatore, che assiste frastornato a questo non-spettacolo di due uomini qualunque che parlano di banalità mentre aspettano l’arrivo di qualcuno. Il fatto che non sappiamo nemmeno che ruolo abbia questo Signor Godot nella vicenda non fa che aumentare il senso di confusione, fastidio e irrequietezza.

I personaggi e l’immobilità

Nella rappresentazione in scena al Teatro Marconi, la scenografia resta quella originale, con un grande albero spoglio come unico riferimento. Estragone e Vladimiro, interpretati da Felice Della Corte e Pietro De Silva, si muovono tra sacchi e spazzatura. L’atmosfera a tratti sfocia nel grottesco e il senso di asfissia si fa via via più forte, anche grazie ad un uso ad effetto del fumo e delle luci di scena, che coinvolgono lo spettatore, catapultato in prima persona in un luogo che sembra cristallizzato, immobile, quasi fosse un sogno angosciante, di quelli in cui non riesci a muoverti se non a fatica, perché gambe e braccia non rispondono ai comandi e diventano pesanti e ingestibili. È questa forse la sensazione più forte: i personaggi sembrano inchiodati in quel punto dello spazio e del tempo ed il senso di fissità è talmente forte che a tratti si vorrebbe quasi suggerire una ribellione o un movimento. Ma non succede niente. Godot non arriva. Al suo posto arrivano due personaggi, Pozzo (Riccardo Barbera) e Lucky (Roberto della Casa), padrone e servo, legati indissolubilmente tra loro da un rapporto in cui l’uno è il carnefice e la vittima dell’altro, allo stesso tempo. Follia e miseria entrano in scena. Pozzo è un uomo borioso, pieno di sé, ma in fondo un miserabile. Lucky è il servo “idiota”, non parla se non con versi e mugugni. Il legame tra i due è simboleggiato anche dalla corda che li unisce e con la quale il padrone dirige il malcapitato, come fosse una bestia da soma.

Aspettando Godot

Il circo dell’esistenza umana

Con la loro presenza sulla scena si dà il via allo spettacolo vero e proprio della miseria e insensatezza umana, un siparietto raccapricciante, dove il riso è possibile solo se tragicomico, amaro e consapevole. Di cosa stiamo ridendo, in fondo, se non di noi stessi? Del circo dell’esistenza umana, fatta di attese, speranze vane, legami morbosi e dannosi che pur non riusciamo a spezzare, per abitudine o incapacità? Tutti i personaggi vivono questo rapporto di dipendenza reciproca, di cui pur si lamentano, arrivando talvolta quasi ad odiarsi, senza mai essere capaci però di attuare quel gesto sovversivo che, forse, sarebbe la vera salvezza. Uno dei momenti più intensi dell’intera rappresentazione vede come protagonista Lucky. Gli si ordina di “pensare” e allora lui inizia a farlo ad alta voce, parlando sempre più forte e velocemente, mentre la musica si alza e una luce rossa ingoia tutta la scena. Non si capisce distintamente tutto ciò che dice e questo genera un effetto angosciante, in un climax di musica, luci, parole che ci getta per un momento nel fondo della follia e dell’insensatezza. Dopo il monologo, la vicenda riprende come prima. Torna la luce azzurrastra, fredda ed impassibile, e cala la notte. Saremmo alla fine del primo atto, ma la rappresentazione è fusa in un atto unico che ben raffigura una dimensione temporale che s’avvolge su se stessa.

Eterno ritorno

La notte è attesa con angoscia e spavento quasi viscerale. Rappresenta in fondo il passaggio obbligato tra un giorno e l’altro, ma dai personaggi è vissuta come un momento d’incertezza, come se si fosse consapevoli che un altro giorno sia andato perso, nell’attesa vana di qualcosa che non è arrivato e forse non arriverà mai. Difatti, la notte frammenta per un breve istante un eterno ritorno del già visto, del già vissuto. Niente cambia, tanto che quello che sarebbe il secondo atto è quasi identico al primo. Stesse lamentele e scherzetti tra i due vagabondi, stesso servetto (Francesca Cannizzo) che annuncia che il Signor Godot arriverà senza dubbio la sera successiva. Tornano anche Pozzo e Lucky, diversi ma gli stessi, diventati l’uno cieco e l’altro muto e dunque ancor più dipendenti reciprocamente. Nessun personaggio si ricorda degli incontri e dei discorsi della sera prima, escluso Vladimiro. Questo crea un effetto paradossale: tutto è fermo e tutto scorre, tutto è diverso ma tutto in fondo è uguale a se stesso. Siamo bloccati in un loop esistenziale e si ha la sensazione che la quinta teatrale possa dilatarsi all’infinito per mostrarci un prima (e un dopo) fatto di momenti identici a questo, dove gli stessi personaggi si trovano esattamente nello stesso punto, ad aspettare e tentare di riconoscersi a vicenda. Quello che ci è mostrato è solo un frammento, una perla nella collana del tempo, vicina a frammenti identici fra loro.

Aspettando Godot
Felice Della Corte è Estragone in Aspettando Godot

Godot, solo una parola

L’apatia e questo senso di già visto fanno sì che anche l’idea di impiccarsi possa esser tranquillamente presa in considerazione, come fosse un’attività come un’altra, un modo per “ammazzare il tempo”. Ma anche questa resta un’idea, un vago pensiero di morte che s’insinua all’inizio e ritorna poco prima della chiusura del sipario. Se Godot non arriva potremmo impiccarci, si suggeriscono l’un l’altro Estragone e Vladimiro. E se poi, però, Godot arrivasse? Decidono così di attendere un altro giorno, ma noi già sappiamo che andrà nello stesso identico modo. Ci saranno le stesse lamentele, le stesse richieste, torneranno Pozzo e Lucky, la corda si ripresenterà come opzione. E di Godot, nemmeno l’ombra. Non sappiamo chi sia, certo, ma possiamo immaginarlo. Godot è quel gesto salvifico che l’umanità attende dall’inizio dei tempi e che mai arriva. Godot è eterno annuncio che non si fa mai carne, presenza viva. Godot è solo una parola, che resta bloccata nelle menti e nei cuori di noi tutti, illudendoci che un cambiamento radicale sia possibile, che il Signore buono arriverà un giorno a salvarci, risparmiandoci anche la fatica del cappio. Forse ciascuno di noi ha il suo Godot personale, che continua ad attendere giorno per giorno, invano, senza mai rendersi conto che, forse, potrebbe non esistere nemmeno. Aspettando Godot è lo specchio in cui si riflettono le nostre stesse, miserabili illusioni.

Aspettando Godot

Aspettando Godot di Samuel Beckett è in scena al Teatro Marconi fino al 25 marzo 2018. Con Pietro De Silva, Felice Della Corte, Roberto Della Casa, Riccardo Barbera e Francesca Cannizzo. Regia di Claudio Boccaccini. Musiche originali di Massimiliano Pace. Per informazioni su orari, costi e biglietti vi rimandiamo al sito del teatro.

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