Antropocene, recensione: la contemplazione del Pianeta ferito dall’uomo

Antropocene L'epoca umana - locandina

Sarà al cinema il 19 settembre Antropocene L’epoca umana, il documentario di Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier ed Edward Burtynskyche che racconta l’impatto dell’uomo sul Pianeta coniugando ricerca scientifica e artistica, divulgazione e visione. Qui la nostra recensione in anteprima!

Antropocene, una nuova era geologica

Sarà in sala il 19 settembre 2019 Antropocene – L’epoca umana, il film documentario che indaga l’impatto dell’uomo sul Pianeta attraverso le straordinarie immagini di Jennifer BaichwalNicholas de Pencier ed Edward Burtynsky, con la voce narrante di Alba Rohrwacher (Alicia Vikander nella versione originale). Frutto di una collaborazione quadriennale e parte di un progetto multimediale e interdisciplinare unico nel suo genere, il documentario cerca di testimoniare – tramite un approccio più creativo ed esperenziale che didattico – gli effetti drastici dell’azione umana sulla Terra. Obbiettivo è quello di documentare per immagini ciò che un team di scienziati sta cercando di dimostrare dal 2009: l’era geologica in cui siamo da 12.000 anni, l’Olocene, è ormai terminata. Siamo entrati nell’Antropocene, un’epoca in cui il Pianeta sembra influenzato più dall’impatto dell’uomo che da tutte le altre forze naturali messe insieme.

Antropocene - vasche litio, deserto di Acatama, Cile
Deserto di Acatama, Cile. Qui il litio viene raccolto in gigantesche vasche di evaporazione.

Violenza

Il racconto struggente di questa Bellezza mutilata è suddiviso in capitoli, con una struttura “ciclica” in cui inizio e fine combaciano nell’immagine devastante dei roghi in cui brucia l’avorio strappato agli elefanti africani. Ogni capitolo affronta una particolare forma di attività umana sul Pianeta e le sue conseguenze. Dati essenziali, scarne spiegazioni: Antropocene lascia parlare piuttosto le immagini, in tutta la loro drammatica evidenza. L’impatto è assicurato e di grande effetto, perché la brutale esattezza e asciuttezza del dato scientifico non lascia spazio ad altro che non sia presa di coscienza immediata, mentre l’aspetto emotivo ed empatico è intercettato tutto dallo scorrere delle impietose “fotografie” dell’impronta umana sulla Terra. Quel che emerge è una violenza che non riesce più a trovare giustificazione e collocazione nella cornice razionale del progresso e della “civilizzazione”, non davanti al vero costo di questo processo.

Antropocene - foresta Canada
Effetti della deforestazione in Canada.

Estrazione

Nel capitolo Estrazione, il documentario ci porta a Norilsk, Siberia (Russia), una delle città più inquinate del Pianeta a causa della presenza del più grande centro di smaltimento di metalli pesanti. Il viaggio continua poi in Italia, a Carrara, nelle maestose cave del marmo prediletto da Michelangelo Buonarroti, per poi proseguire e concludersi in Cile, nel deserto di Acatama, per mostrarci le gigantesche vasche di evaporazione del litio, usato oggi principalmente per costruire le batterie delle macchine elettriche. Gli esseri umani estraggono ogni anno dalla Terra 60-100 miliardi di tonnellate di materiale e spostano più sedimenti di quanto ne spostino tutti i fiumi del mondo insieme. Un enorme impatto sulla conformazione stessa del Pianeta.

Antropocene - cave di marmo, Carrara
Le cave di marmo di Carrara, Italia.

Terraformazione

Ci spostiamo ora ad Immerath, Germania, sede di una delle più grandi miniere di lignite. Qui entriamo subito in contatto con il dramma della popolazione locale, letteralmente deportata per far spazio all’impianto d’estrazione. Una delle immagini più traumatiche dell’intero documentario è sicuramente quella della demolizione di una piccola cattedrale di fine ‘800, simbolo della città. La ruspa sembra quasi un essere mostruoso che si avventa contro la bellezza dignitosa dell’edificio, animale ferito a morte ed infine abbattuto dalla furia cieca che niente risparmia. Così come mostri sembrano le gigantesche macchine attive nella miniera (tra le più grandi al mondo): dinosauri bionici, terrificanti Titani divoratori di suolo, domati dall’intelligenza umana. Ci spostiamo infine in Canada, in una grande foresta nella British Columbia, una “cattedrale” naturale. Il grande albero abbattuto, maestoso nel suo enorme tronco, richiama l’immagine della chiesa tedesca e si fa suo compagno di sorte. Allora la voce calda ma esatta della Vikander (nella versione originale) ci ricorda che gli esseri umani dominano sul 75% delle terre non ricoperte da ghiacci e che l‘85% delle foreste è stato cancellato, frazionato o degradato per causa dell’uomo.

Antropocene - miniere di Immerath, Germania
Miniere di Immerath, Germania.

Tecnofossili

«My childhood time, my childhood time…», canta Shakur, giovane ragazzo di Dandora.  E’ sulle note della sua voce sconfitta ma dignitosa che scorrono le immagini impietose di quella che è la più grande discarica al mondo, in cui vivono e lavorano 250.000 persone, 250.000 esseri umani che ogni giorno sono costretti a smistare rifiuti a mani nude per vivere. Osservatori compunti dei grandi uccelli, controllori di un mondo di cui non vorremmo forse conoscere l’esistenza né pensarlo possibile. I tecnofossili sono oggetti creati dall’uomo – plastiche, cemento, alluminio – che restano nella biosfera infiltrandosi tra gli strati rocciosi della Terra. Con tecnosfera s’intende allora l’aggregato complessivo dei materiali creati o alterati dall’uomo e ad oggi è quantificato in 30 trilioni di tonnellate.

Antropocene - Dandora
La discarica di Dandora

Antroturbazione e valori limite

L’impronta umana non si limita alla superficie terrestre, ma lascia il segno anche nelle viscere del Pianeta: una fitta rete di tunnel sotterranei, come un mondo-altro a cui si accede tramite magici portali; una costellazione di buchi e fori profondissimi a puntellare l’abisso sotto i nostri piedi. Le immagini della cerimonia di inaugurazione del traforo del Gottardo (Svizzera) evocano un’atmosfera quasi surrealista, forse addirittura esoterica: ci sembra di assistere al racconto dell’epopea di una nuova civiltà pronta a partire alla conquista non del cielo, ma delle profondità terrestri. E l’universo sotterraneo ci viene mostrato subito dopo, quando ci caliamo nelle miniere di potassio di Bereznik, nei monti Urali (Russia): colori sgargianti striature e ricami, come in un gigantesco caleidoscopio. Anche qui si è spinta la mano dell’uomo: l’aumento dei livelli di nitrogeno, fosfato e potassio, contenuti nei fertilizzanti, hanno avuto un impatto drastico nel ciclo del nitrogeno, il più massivo degli ultimi 2,5 miliardi di anni.

Antropocene - miniere potassio Bereznik, monti Urali
Miniere di potassio di Bereznik, nei monti Urali.

Cambiamento climatico ed estinzione

Uno dei temi d’attualità più importanti, il cambiamento climatico è l’emergenza della nostra epoca. Ce lo ricorda anche Antropocene, trasportandoci ora nel gigantesco impianto di raffinazione ad Houston, Texas (USA) e mostrandoci i primi effetti sensibili dell’innalzamento del livello dei mari: la costruzione della grande barriera frangiflutti che si estende per 120 km di costa cinese e Venezia allagata. Approdiamo poi in Indonesia, prima, e in Australia, poi, per osservare da vicino le conseguenze del riscaldamento globale sulle grandi barriere coralline che rischiano di scomparire entro il XXI secolo. Immagini quasi psichedeliche ci mostrano il processo di sbiancamento dei coralli, a causa della progressiva acidificazione degli oceani. E subito dopo una panoramica sulle tante, troppe specie a rischio di estinzione, o già estinte.

Antropocene - sbiancamento coralli
Grande barriera corallina australiana. Il fenomeno dello sbiancamento dei coralli, qui evidenziato in foto, è causato dalla progressiva acidificazione dei mari a causa del cambiamento climatico.

La storia che stiamo scrivendo

Il viaggio si conclude dov’era iniziato. Torniamo nelle riserve di Ol Pejeta, in Kenya. E rieccoci ancora ad ammirare le enormi pile di zanne di elefanti africani, fatte bruciare in roghi catartici, come in un’antico rito tribale che purifichi l’anima dalla colpa commessa. Tonnellate di avorio divorate dalle fiamme, per ricordare, come afferma il Presidente della Repubblica del Kenya, Uhuru Kenyatta, che esso appartiene solo ed esclusivamente agli elefanti africani, un patrimonio che non può essere sfruttato per denaro. E’ su questa immagine che si chiude Antropocene, con un messaggio chiaro e diretto: siamo tutti coinvolti, tutti responsabili. In soli 10.000 anni, la nostra specie ha portato oltre i suoi limiti i sistemi naturali di un Pianeta che di anni ne ha 4,5 miliardi e la cui storia può essere letta nelle sue stesse rocce. Viviamo su un immenso libro in cui, giorno dopo giorno, anche senza esserne consapevoli, lasciamo tracce indelebili del nostro passaggio. Di ciò che siamo stati, di ciò che siamo. Quale storia stiamo scrivendo? Quale racconto della civiltà umana sarà narrato un giorno? Soprattutto: è ancora possibile un finale diverso?

Antropocene - rogo avorio degli elefanti africani
I roghi dell’avorio strappato agli elefanti africani.

Una contemplazione tra scienza e arte

Antropocene è un’occasione imperdibile per riflettere su uno dei temi portanti del nostro tempo e per assumerci qualche responsabilità come individui. Scienza e cinema si combinano in un perfetto equilibrio tra divulgazione e racconto, dati e necessità creativa, ricerca scientifica e artistica. A dominare, oltre all’immagine, veicolata dalle spettacolari riprese e dall’uso della realtà virtuale, è il dato uditivo. Antropocene è una potente composizione di immagini, suoni e visioni, una sinfonia in cui largo spazio è lasciato anche e soprattutto a silenzio e contemplazione. Uno sguardo su un Pianeta ferito di cui siamo nonostante tutto ospiti che si sono voluti pensare, invece, padroni.

In uscita nelle sale di tutta Italia il 19 settembre, distribuito da Fondazione Stensen e Valmyn.

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