La nostra recensione di 20.000 specie di api, il film che ha vinto il premio per la miglior attrice andato a Sofia Otero alla Berlinale 2023: un racconto di formazione di grande sensibilità che affronta il classico tema dell’identità declinandolo attraverso la transizione sessuale
Dopo il premio per la miglior attrice andato alla giovanissima Sofia Otero al festival di Berlino di quest’anno, è arrivato in sala 20.000 specie di api di Estibaliz Urresola Solaguren, un’opera prima che è un racconto di formazione che individua un preciso momento nella giovanissima età della propria protagonista per far sbocciare il seme del dubbio, dell’incertezza rispetto alla propria identità di genere ma non solo.

I dubbi della giovane Cocò
Cocó, otto anni (Sofia Otero), si sente fuori posto e non capisce perché. Non si riconosce nel suo nome di battesimo, Aitor, né nello sguardo e nelle aspettative di chi ha intorno. Nel corso di un’estate nella campagna basca a casa della nonna tra le gite al fiume, l’apicoltura e i saggi consigli di sua zia Lourdes (Ane Gabarain), Cocò riuscirà forse finalmente ad affrontare i propri dubbi e le proprie paure, trovare la sua vera identità e decidere così qual è il suo nome.

L’importanza dell’identità
Una massima, erroneamente attribuita ad Einstein, afferma che l’umanità si estinguerebbe nel giro di solo quattro anni se le api scomparissero dal pianeta. Un concetto che tra l’altro viene ripetuto anche nel film, e che in qualche modo è convergente alla parabola della piccola Cocò perché ne distilla il bisogno di essere vista, di ricevere valore dalla propria esistenza in quanto tale e non in quanto prodotto delle aspettative altrui. Come le api svolgono una funzione essenziale per il pianeta, Cocò è il collante che tiene unita la sua famiglia di donne, un gineceo costretto a confrontarsi con la durezza della vita di campagna e della società basca più rurale e bucolica.
20.000 specie di api racconta quindi il progressivo svelamento di un’identità che è mutata, di un autoriconoscersi in un corpo diverso da quello che ci è stato donato alla nascita ma anche di una diversa sensibilità, di un modo di vedere e di percepire il mondo fuori dagli schemi. Una pellicola che trattiene l’impulso e il desiderio come quelli della sua protagonista, procedendo via via per simbolismi (l’alveare, la piscina) e accumulo senza però che vi sia mai un’esplosione finale. Per questo rimane un oggetto strano e alienato nel cinema spagnolo che ragiona sull’identità, perché la visione di Estibaliz Urresola Solaguren rimane sempre un passo indietro alla messa in scena.

Tanta sensibilità, pure troppa
In un film come 20.000 specie di api è necessario riuscire a trovare una chiave di volta, diegetica e tematica, che sappia dar vita con la giusta sensibilità artistica e umana ad un processo di presa di coscienza così forte e intimo come quello di Cocò. Fortunatamente la giovane Solaguren riesce ad infondere la giusta temperatura emotiva ai propri personaggi senza mai eccedere e strabordare nel melodramma, però dimentica di sporcarli un po’ e con loro tutto il resto del mondo narrativo. Ne viene fuori quindi una narrazione materica, connessa al suolo e agli elementi primigeni ma anche un po’ troppo abbottonata in sé stessa perché timorosa di perdere il controllo.
Forse avrebbe dovuto lasciarsi andare un po’ di più e al contempo lasciare andare la propria storia 20.000 specie di api, perché quando si muove in un territorio quasi più onirico e dai contorni extra-reali dà sempre l’impressione di poter regalare una suggestione, un pensiero laterale, un’immagine in grado di cristallizzarsi nel tempo e nello spazio. Tra credenze popolari e religiose (la vicenda di Santa Lucia) e momenti di forte realismo visivo (la prova del vestito) la giovane regista spagnola lavora su più piani di rappresentazione, miscelando assieme ciò che si vede e ciò che invece si percepisce nel profondo, anima e corpo, identità personale e collettiva.
Ciò che però rimane insindacabile è la capacità di una pellicola come questa di infondere senso ad ogni singola inquadratura, anche a costo di sacrificare la dinamicità di montaggio e messa in scena, per l’amore di un discorso coerente con la propria idea di cinema. Una capacità rara e preziosa di questi tempi, che andrebbe sicuramente tutelata, rispettata e celebrata, e che con una scrittura ancora più affinata e potente potrebbe dar vita a qualcosa di molto speciale.
| TITOLO | 20.000 specie di api |
| REGIA | Estibaliz Urresola Solaguren |
| ATTORI | Sofia Otero, Patricia López Arnaiz, Ane Gabarain, Itziar Lazkano, Martxelo Rubio |
| USCITA | 14 dicembre 2023 |
| DISTRIBUZIONE | Arthouse |
Tre stelle

























